Quelle perizie che non servono a risolvere i delitti

Immagino quanto sia difficile comprendere la mole di informazioni - spesso contrastanti fra di loro - che riguardano la salute psichica di Anna Maria Franzoni. Alcuni colleghi hanno infatti affermato che la mamma del piccolo Samuele è «pienamente capace di intendere e di volere» (cioè sana di mente), altri l’hanno invece definita come affetta da «indizi di paranoia» (e quindi malata) ed altri ancora come «non pericolosa nel contesto familiare» (ma allora lo potrebbe essere in altri contesti?). È stato detto tutto ed il contrario di tutto, tanto da indurre il giudice Romano Pettenati a richiedere una nuova perizia: risolverà ogni cosa?
Ne dubito fortemente. Analizziamo infatti i metodi che portano ad una diagnosi psichiatrica e partiamo dal fatto, dell'oggettiva difficoltà nella «standardizzazione» di una diagnosi psichiatrica. Ad esempio, sintomi considerati in astratto patologici - come ansia e depressione - possono essere presenti in vario grado in persone cosiddette «normali» in circostanze che «normalmente» le possono indurre, quali eventi traumatici o luttuosi. Quando si tratta poi, come in questo caso, di «perizie medico-legali», lo psichiatra che deve prendere una decisione può sicuramente subire l'influenza dei media, del contesto politico e sociale, dei propri colleghi, oltre a quella del proprio vissuto personale.
In un esperimento fatto da Temerlin nel lontano 1968 a tre gruppi di psichiatri e psicologi clinici venne mostrato lo stesso video di un colloquio con un paziente perché facessero la propria diagnosi. Il soggetto esaminato era nella realtà un attore che doveva dare delle risposte assolutamente normali. Ma, prima della proiezione, ad uno dei tre gruppi venne annunciato da un collega «autorevole» che il paziente che avrebbero visto di lì a poco rappresentava un «interessante caso di individuo nevrotico con tratti psicotici». Al secondo gruppo fu detto che avrebbero visto le risposte di una persona «normale» ed al terzo non fu data nessun tipo di indicazione. Risultato: nel primo gruppo 60 psichiatri diagnosticarono un «disturbo neurotico», 27 una schizofrenia e solo 8 affermarono che il paziente era «sano». Nel secondo gruppo tutti affermarono che il paziente era «sano», mentre solo 12 colleghi del terzo gruppo dissero la stessa cosa: per tutti gli altri la diagnosi variava da piccoli disturbi della personalità ad una vera e propria nevrosi.
E veniamo ai tanto «gettonati» test psicometrici: è necessario distinguere fra test cosiddetti di «intelligenza» e test cosiddetti «di personalità»: i primi (il più famoso è il WAIS, che misura il QI) misurano le capacità intellettive e attitudinali dell'individuo ma nulla ci dicono sulla sua personalità e quindi sono considerati da molti colleghi inutili. Io penso, al contrario, che siano utili per un inquadramento «generale» della persona. Per quanto riguarda i secondi - i test «proiettivi» - viene chiesto al paziente di dare una sua personale interpretazione agli «stimoli» di volta in volta proposti, quali ad esempio le famose macchie del test di Rorschach. Diverso è il test Minnesota che si basa su una risposta cosiddetta «dicotomica» (una scelta fra due): il paziente, sottoposto a più domande (567!) deve rispondere solo «vero» o «falso». Inutile dire che anche questi test possono essere influenzati dalle particolari condizioni psicologiche del paziente anche perché, ogni manuale di psicometria che si rispetti, ribadisce più volte che condizione indispensabile per la «buona» riuscita dei test è proprio la capacità di «rassicurare il soggetto e di metterlo a proprio agio». Insomma, continuare a trattare il caso Cogne a colpi di perizie, non servirà a trovare la strada verso la verità.
*Docente di Psicologia Medica
Università di Genova