Quelle picconate contro i «mostri»

(...) Roberto Carifi e chi scrive questo articolo celebrarono la nascita del mitomodernismo, si formò una colorata, allegra e rumorosa processione che arrivò sino in via Manzoni e si fermò a picconare idealmente il monumento a Pertini. Niente da dire, credo, contro il vecchio simpatico e burbero presidente ligure: ma quel monumento incarnava agli occhi dei più quell'offesa del brutto contro cui il mitomodernismo muoveva alcune delle sue nuove parole d'ordine. Ci ripenso oggi che intorno ai monumenti di una città come Milano si rinfocola la polemica, e con toni roboanti. Confesso che quel giorno del 1995 non fui tra i picconatori più accesi. E per due ragioni precise. Primo, non volevo allora, come non vorrei oggi, che il mitomodernismo mostrasse un volto troppo tradizionalista e nemico dell'arte moderna. Se un monumento è brutto, non lo è perché è moderno, ma perché non riesce a comunicare una sensazione di energia vitale a chi lo guarda. Secondo, perché sono lontano per natura dall'attitudine a distruggere e a demolire: ho una forsennata e donchisciottesca propensione per il fare e per il seguire le trame di nuovi sogni.
Anche oggi, tutto il parlare di distruggere non mi esalta. Il brutto si elimina tagliandone le radici , prosciugando lo stagno in cui i suoi bacilli prosperano. Offrendo bellezza e speranza a chi non crede più che bellezza e speranza siano possibili.
Milano è stata una città d'acque e di giardini, quella di cui si innamorò Stendhal e su cui Hemingway scrisse pagine memorabili. È stata la città dell'industria, della velocità, del dinamismo, dell'innovazione, la metropoli tradizionale e futurista descritta mirabilmente da Marinetti. Il problema è ridare a Milano questo soffio, questo slancio trascinatore. Con due brutti monumenti in meno, Milano sarà un po' meno brutta. Il risultato sarà giusto, ma modesto. Un segnale, dopo il quale bisognerà però mettersi a pensare come costruire luoghi, centri, motori propulsori di bellezza. E poi siamo sicuri che il brutto più brutto sia quello firmato da Claes Oldenburg, il maestro della pop art americana autore del contestato L'ago e il filo di piazza Cadorna? Che non sia più urgente abolire quello delle periferie frutto di speculazione, insensibilità, incuria, e fonte di ogni degrado? Abbattere certi mostri suburbani, intanto. E costruire nuove fontane monumentali, nuovi giardini fioriti, educare al culto dell'acqua e del verde, fondare nuove biblioteche e almeno una mediateca gigante, pensare a nuovi grattacieli ma splendidi ed ecosostenibili. So di parlare da un punto di vista particolare, di scrittore: ma da quale altro potrei onestamente parlare? E perché poi l'economia non dovrebbe tenere conto della forza sociale della bellezza? Sono approdato a Milano nel 1964, scegliendola come città dove studiare e formarmi. Mi piace ancora camminare per le sue strade, a lungo, di giorno e di notte, guardare le sue vetrine, entrare nei suoi ristoranti, non ce n'è di meglio in Italia.
Alle volte mi soffermo davanti ai suoi monumenti ottocenteschi, a quello di Manzoni, a quello di Parini, a quello di Cavour: sono un po' troppo alti, estraniati, asilo facile per troppi piccioni. Ridare smalto ai monumenti dei grandi milanesi e dei grandi italiani: ecco un programma minimo. Il programma massimo, sarebbe rilanciare quella storica attitudine lombarda a costruire senza rinunciare all'etica, a dare voce alla ragione senza rinunciare alla passione. Forse una classe dirigente che al 99% non fugga dalla sua città tutti i venerdì sera potrebbe provare a farlo.