Quelle porte su un altro tempo

Corrado D’Elia esplora «La donna del mare», il famoso testo di Ibsen

Sergio Rame

Una donna che aspetta. Per anni. Davanti al mare. Sull'orlo del mare. Il nuovo spettacolo di Corrado D'Elia, La donna del mare, in scena fino a sabato 22 al Teatro Libero dopo un’apparizione al Teatro di Verdura, è un viaggio attraverso l'animo umano, un intreccio poetico, misterioso e leggero in cui l'ossessione di una passione soffocata rende gli uni estranei agli altri. «È una storia di anime - spiega il regista -, di esseri umani legati dalla vita ma separati dal tempo».
Perché portare sul palcoscenico, oggi, il testo di Henrik Ibsen, secolare cavallo di battaglia di attrici e registi?
«Non è stato affatto facile. Per prima cosa abbiamo dovuto eliminare la collocazione spazio-temporale novecentesca in modo da scarnificare il testo e far emergere quelle che sono le anime universali. I personaggi sono, così, diventati apparizioni fantasmatiche che vanno a confondersi dentro alle pieghe temporali».
In realtà, Ellida cosa sta aspettando?
«Ellida è la seconda sposa di un dottore, Wangel, che la ama moltissimo e che per lei ha costruito un "paradiso in terra", un giardino delimitato solo da porte. Qui, Ellida vive insieme alle due figlie di Wangel, Hilde e Bollette: sono tre figure di donna che rappresentano il ciclo generazionale verso cui noi tutti andiamo incontro. La donna del mare aspetta. Aspetta l'uomo del mare, uno straniero che aveva già conosciuto anni fa. È un'immagine comune nel teatro borghese dell'Ottocento, allora l'indipendenza della donna era vissuta come una tematica fortemente attuale. Oggi, questi valori sono stati già acquisiti. Così, il vero dramma s'incarna nella fisicità dell'apparire e dello scomparire: l'attesa si mischia al desiderio, il sentimento rivive nel valore che la protagonista riuscirà a dare all'attesa stessa e nel significato che Ellida riuscirà a dare al proprio vivere».
Varcare o meno le porte che delimitano il giardino?
«Non solo. Molti critici hanno scritto che abbiamo voluto dare un valore cinematografico allo spettacolo. Non è così: ho voluto dargli un taglio profondamente teatrale. Il bosco magico costruito da Wangel è attorniato da numerose porte disposte in modo disordinate e tutte diverse l'una dall'altra. Piccole, lunghe, conficcate a terra, simili a tombe. Sono porte verso un altro tempo e un altro luogo. Sono porte che, una volta aperte, sapranno indicare la via a Ellida. Senza anticipare il finale dello spettacolo, mi limito a dire che queste porte e ciò che nascondono sono il vero scarto con il testo di Ibsen».
Quale sapore ha la vita nella pièce?
«Cerchiamo di dare solo presunti e ossessivi arrivi. Banalizzando il significato, si potrebbe anche affermare che la protagonista si accorgerà che tutta l'attesa alla bellezza a cui, per un'intera vita, ha teso trova risposta nel suo intimo. Credo che questo continuo attendere e desiderare sia il vero dramma dei nostri giorni».

La donna del mare, Teatro Libero, via Savona 10, info 02-8323126, ingresso 16 e 11 euro