Quelle pretese di una minoranza

Il bipolarismo ha posto le sue radici nel paese e ha creato un vincolo tra eletti ed elettori. Questa è la ragione per cui sono fallite le linee politiche che puntavano a un voto comune della Casa delle libertà con l’Unione. La prima era la linea che puntava ad un accordo sulla presidenza di Massimo D’Alema, con la prospettiva di una seconda bicamerale. Ciò era stato annunciato nell’intervista di Piero Fassino al Foglio e faceva del voto sulla presidenza un accordo politico globale. Ciò era certamente improprio rispetto ai compiti della presidenza della Repubblica e ne trasformava in qualche modo il ruolo: così si è obbiettato autorevolmente a questa proposta.
In realtà, molto spesso i presidenti della Repubblica erano stati scelti o si erano successivamente legati a prospettive politiche, accadde con Gronchi per il centrosinistra e a Ciampi per l’Ulivo. Non era quindi questa una obiezione insanabile. Ma è sempre stato difficile per la Casa delle Libertà andare innanzi agli elettori avendo contribuito ad eleggere nella chiave di un patto politico il candidato diessino più espressivo nella cultura politica del suo partito. La vittoria di Berlusconi nel 2001 è fondata sul rifiuto della Bicamerale nel ’98, cioè sull’esclusione dell’accordo costituzionale con il più aperto dei diessini verso tale prospettiva. È anche vero che nella gestione della Bicamerale Massimo D’Alema non aveva mai potuto mantenere quello che prometteva a causa delle divisioni interne della maggioranza di centrosinistra. Un simile patto non avrebbe potuto valere dopo che il corpo elettorale aveva conosciuto una divaricazione tra centrodestra e centrosinistra che è anche più profonda di quella, pur rigidamente ideologica, tra democristiani e comunisti. Ciò è dovuto al clima di guerra civile con cui la sinistra ha combattuto il governo Berlusconi, presentandolo come una anomalia per la democrazia e quindi offrendo se stessi come la democrazia incarnata.
L’elettorato del centrodestra si è raccolto nella convinzione che la vittoria della sinistra avrebbe significato una occupazione politica delle istituzioni e quindi avrebbe visto il voto della Casa delle libertà per Massimo D’Alema un avallo a tale spartizione. La candidatura di Giorgio Napolitano è stata avanzata anche questa come una distensione tra maggioranza e opposizione nel nuovo Parlamento. Ma l’unico motivo che questa candidatura offriva al centrodestra è il carattere scolorito, rispetto a Massimo D’Alema, del senatore a vita Napolitano. Questo è il problema che si è posto al centrodestra nella questione della presidenza della Repubblica. Si dice che la questione comunista sia una questione storica, ma essa è il nucleo attorno a cui oggi si concentra il sentimento politico del corpo elettorale che vota di fatto sulla base di tale questione. Non in se stessa, ma nella permanenza del sospetto che alla fine la cultura postcomunista sia presente proprio nella società italiana in forma assai diversa dal passato e che tenda egualmente a una appropriazione delle istituzioni da parte di una militanza politica motivata dalla sua memoria. E la lotta all’ultimo quartiere condotta contro il governo Berlusconi ha mostrato che il problema esisteva ancora, che la sinistra considerava tuttora se stessa una minoranza etica decisa a moralizzare il paese mediante il suo «buon governo» ispirato formalmente ad alti ideali morali ma appunto per questo usando tale riferimento un a priori ideologico, una autolegittimazione che non si fonda sulla democrazia ma sull’autodefinizione che la sinistra da di sé stessa.
L’unico modo di saldare democrazia ed istituzioni è quello di mantenere ferma la distinzione bipolare, che prende il nome dalla questione comunista come indicazione di una differenza che rimane nella sinistra stessa, il suo porsi come minoranza etica. Per questo non è stato possibile realizzare un compromesso politico sulla prima magistratura repubblicana. Per quanto autorevoli siano stati i tentativi e le motivazioni per un voto comune a Giorgio Napolitano, per quanto siano state forti le resistenza dell’Udc e in parte di Alleanza Nazionale in favore di un voto al candidato dell’Unione, la Casa delle libertà ha finito per preferire il mandato elettorale (e quindi la sua unità politica) alle convenienze politiche istituzionali. Giorgio Napolitano può essere il presidente della Repubblica di tutti gli italiani solo a condizione che l’opposizione mantenga fedeltà alla sua differenza. Altrimenti avremo la disgregazione del centrodestra e la fine del bipolarismo.
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