Quelle riforme che minacciano le nostre libertà

Come può lo stesso governo che dice di voler liberalizzare e (malamente) inizia a farlo mettendo in piedi una politica fiscale che tende a terrorizzare il contribuente e a imporgli una serie di vincoli e adempimenti pesantissimi? E, come se non bastasse, che vuole dargli una batosta fiscale non indifferente?
Le liberalizzazioni dovrebbero produrre maggiore libertà per tutti: individui, associazioni, famiglie, imprese. Cioè per tutti coloro, singoli e associati, che fanno la società e che hanno il diritto a vivere dotati del maggior livello possibile di libertà. La politica fiscale del vice ministro Visco (e meno male che è solo vice) la libertà tende a restringerla: naturalmente sbandierando i valori, i principi e la lotta all’evasione. Siccome c’è l’evasione sta costruendo tante piccole celle fiscali dove rinchiudere i contribuenti italiani. Difficile in tutto questo caos trovare il bandolo della matassa. Può aiutare la lettura dell’ultimo numero della rivista «Atlantide» della Fondazione della Sussidiarietà presieduta da Giorgio Vittadini. Si intitola Liberalizzazioni e libertà.
Se bastasse abolire... E, in effetti, non basta abolire. Bisogna costruire o, meglio, lasciare che chi è in grado di farlo lo faccia. Questo soggetto, come ricorda lo stesso Vittadini, c’è già: è l’uomo con tutta la sua creatività, la sua forza di innovare, di costruire il futuro. L’uomo concreto, storicamente determinato, diverso da luogo a luogo, da Paese a Paese. Ora si può pensare che siano liberalizzazioni vere e che l’intento complessivo del governo che le mette in piedi sia quello di generare maggiore libertà quando il responsabile delle politiche fiscali, il solito Visco, ebbe a parlare delle piccole imprese come di un ammortizzatore sociale? Come scrive ancora Vittadini si ha «il sospetto di una scarsa considerazione verso il mondo della piccola imprenditoria» che, ripetutamente, è stata additata da molti e autorevoli esponenti del governo stesso - naturalmente Prodi in testa - come soggetto principale, e imputato dunque, dell’evasione fiscale. «Perché sospettarne a priori e indiscriminatamente i piccoli imprenditori e gli autonomi, cioè chi genera la gran parte della ricchezza italiana?». La struttura produttiva dell’Italia può anche non piacere. Il centrosinistra ha sempre guardato con sospetto a quello che chiamano il «nanismo» delle imprese italiane. Ma è ragionevole e, ancor prima giusto, muovergli una crociata contro? Evidentemente no, sia da un punto di vista del rispetto della libertà imprenditoriale che da quello dello sviluppo dell’economia nazionale che non può farsi a prescindere da come l’Italia produce nei fatti.
Giustamente «Atlantide» sottolinea anche un altro punto critico di questo processo di liberalizzazione che tende a considerare «qualunque corpo intermedio, associazione, ordine come portatore degli interessi più corporativi e retrogradi, contrari al bene comune». Ora, tutti conoscono gli aspetti degenerativi di questi corpi intermedi che spesso difendono solo gli associati e non tutelano la reputazione della professione. Ma ciò che non si può fare è partire da queste degenerazioni per emettere sentenze su di essi. E poi, se si vuole la controprova di questo, basta pensare che mentre si parla di liberalizzazioni nessuno parla di liberalizzare settori chiave dell’economia e della vita dei cittadini come la sanità o la scuola. Perché il cittadino non deve poter scegliere da chi farsi curare e da chi far formare i propri figli? Non sono settori dove una maggiore libertà di scelta significherebbe anche un maggiore rispetto dei cittadini-consumatori, come li chiama il ministro Bersani?