Quelle sciampiste diventate pannelli solari

Fregene è la pineta più bella del mondo. Fregene è un posto dove affittare una villetta costa più a luglio che ad agosto perché ci sistemi moglie e figli, o figli e tata, e fai il pendolare su e giù per l’Aurelia. Mezz’ora nei giorni feriali, tre ore nel weekend. Fregene è dove Ettore Muti è morto in circostanze misteriose nel 1943, quando i gerarchi pariolini spiaggiavano da quelle parti. È a Fregene che Fellini girava scene madri de La dolce vita e Giulietta degli spiriti e vagava per la spiaggia. E giravano anche Alberto Moravia, Walter Chiari e Marcello Mastroianni.
Oggi per la spiaggia gira Daniele Silvestri e bisogna accontentarsi, «la paranza è una danza / che ebbe origine sull’isola di Ponza», ma lui la casa ce l’ha a Fregene. A Fregene tra giugno e luglio, un po’ meno ad agosto, la vipperia romana fa i festoni al «Gilda on the beach» e al «Tatoo», e girano attrezzi tipo Sammy Barbot, Patrizia de Blanck, Eleonora Vallone e Solange, vips non più di primo pelo ma sarà l’antipolitica, bisogna accontentarsi. A Fregene l’aperitivo si fa al «Blu» che, dicono così, è meglio che a Formentera, tutto tipo molto lounge.
A Fregene i volenterosi provano a fare surf, sul simbolo del «Kiosko» c’è un surf molto hawaiano, ma non c’è traccia di un’onda decente, per cui i surfisti tatuatissimi e attrezzatissimi si devono spostare più a nord, al «Banzai» precisamente, dove le onde non ci sono lo stesso, ma ci sono i gipponi pieni di adesivi e i surfisti carichi di racconti sulle loro avventure a Bali dove però non s’è mai visto un italiano fare surf. Le onde non ci sono ma ci sono le esposizioni di «Revolt Surf & Art» e i racconti da condire con gli spaghetti alle telline, bisogna accontentarsi.
Mettete che vi capiti di arrivare in spiaggia a Fregene una domenica di luglio o agosto, ma è meglio giugno o luglio, e noterete un fenomeno unico nel suo genere. Appuntiamo la dedica di un barbino vestito da santone indù con la palla di vetro. Sta all’ingresso del «Singita», stabilimento che a Fregene si dice molto trendy: «A chi crede che non ha importanza il panorama ma gli occhi con cui lo guardi».
Ecco, davanti agli occhi si stende un panorama che non ha uguali al mondo: spiaggia piena, mare vuoto. Lato spiaggia: una distesa di carne umana sulla sabbia arroventata, i lettini fronte mare conquistati dopo un’alzataccia e sistemati dai bagnini come pezzi del meccano, così che tutta la spiaggia dall’alto sembra un unico immenso sedere al sole, bianchiccio e flaccido a giugno, abbronzato e più tonico a luglio. E senti lo stereo del vicino, le suonerie con i rutti, il ragazzino che sgomma, gli aliti di polvere sul tuo viso incremato, le comitive di sciampiste che discutono animosamente di ceretta, se è meglio Sharm o le Seychelles, l’X5 o il Q7, le vongole di Mastino o quelle di Toni. Sono le sciampiste più ricche del mondo, le sciampiste romane.
Abbiamo cronometrato anche sei ore di bagno solare senza nemmeno alzarsi per fare la doccia. Questo si chiama eroismo. E poi c’è il lato mare: totalmente sgombro. La battigia è la linea «Maginot», superata solo da qualche ragazzino o genitore con ragazzino. Dallo spazio sciampiste annotiamo la seguente espressione: «Annà a fa’ er bagno? Ma chessei scema?».
Non sia mai, andare al mare per fare il bagno, che idea cretina. L’idea è che i romani quando arrivano sul litorale romano, a «Freggene» in particolare, si trasformano in gatti che hanno paura dell’acqua. Bagnanti geneticamente modificati in pannelli solari che non si scottano mai. Welcome to Freggene beach.
(2. Continua)