Quelle sei lunghe ore per scoprire che l’ostaggio era nel bagagliaio

Forse si è perso del tempo prezioso. Ma la Procura si difende: «Nessun ritardo nelle indagini»

Sei ore. Tanto è servito a chiudere il cerchio. Dall’allarme lanciato da Francesco Rocca, al ritrovamento del cadavere di Dina Dore. Sei ore durante le quali l’ipotesi del sequestro si è tradotta in omicidio, un tempo che ruota attorno al garage di Gavoi. È tutto lì, dove tutto è iniziato e finito. Perché mentre polizia e carabinieri perlustrano l’isola e moltiplicano i posti di blocco, il corpo della donna rimane chiuso nel bagagliaio della Fiat Punto, ferma nel parcheggio di famiglia. A portata di mano, vicina agli investigatori. Eppure, solo a notte fonda l’agguato ha il suo epilogo. Così, prima ancora che il tempo alimenti le polemiche, gli inquirenti allontanano ogni possibile dubbio. «Nessun ritardo nelle indagini», e - assicura il questore di Nuoro, Antonello Pagliei - «in nessun modo la donna avrebbe potuto essere salvata». Certezze che anticipano di ventiquattro ore l’autopsia, che si terrà soltanto oggi.
Restano, tuttavia, alcuni interrogativi. Non era più logico fare un controllo immediato sull’auto? E, soprattutto, era davvero segnata la sorte della vittima? Domande alle quali replica il pubblico ministero Danilo Tronci, della Direzione distrettuale antimafia di Cagliari. «Voglio precisare che non c’è stato nessun ritardo. In questi casi, ovviamente, prima di procedere ad aprire il cofano della vettura bisogna effettuare un sopralluogo particolarmente accurato. Non è vero che sia passato tanto tempo e che il cadavere sia stato trovato stamattina. È stato rinvenuto durante la notte solo che l’avviso alla stampa è stato dato più tardi. L’ipotesi del sequestro, che era verosimile, ha fatto sì che tutti i giornalisti siano andati via. Quindi al momento del ritrovamento del corpo dentro il bagagliaio non c’era più nessun giornalista e la notizia è stata divulgata successivamente». Ancora, «anche nelle comunicazioni alla famiglia - aggiunge - si è atteso un po’ di tempo. Si è cercato di capire. Non è che la prima cosa che si fa è quella di avvisare i familiari. In questi casi occorre prepararli per dare una notizia del genere». E se è vero che «dobbiamo ancora accertare se la donna è morta sul colpo», tuttavia «nessuno nella macchina ha dato segni di vita».
Quindi, secondo la prima ricostruzione, tra le 18.30 e le 19 la Dore sarebbe stata aggredita, colpita violentemente al viso, avvolta nel nastro adesivo «come una mummia» (coprendo naso e bocca), e chiusa nel bagagliaio. La profonda ferita l’avrebbe uccisa, o potrebbe essere morta pochi minuti dopo per soffocamento. Circa tre ore più tardi, il marito rientra a casa, trova la figlia e lancia l’allarme. Ancora mezz’ora - sono le 22 - e scatta il piano antisequestri. Blocchi stradali e perlustrazioni che non danno esito, perché il delitto si è consumato là dove ha avuto inizio. Il resto sono le rigide procedure della scientifica, che isola il garage per evitare possibili contaminazioni della scena del crimine, rileva impronte e tracce di sangue, fino all’autorizzazione - giunta a notte fonda - di aprire il portellone della macchina. Sono le 3. In ogni caso, assicurano gli inquirenti, non sono quelle sei ore di ritardo ad aver condannato la Dore. Ma se era già morta, come sostiene il questore e - in modo più sfumato - anche il Pm, allora andrà chiarito il motivo per cui gli aggressori avrebbero perso tempo a legarle mani e piedi e a imbavagliarla per poi lasciarla esanime nel garage e fuggire.
Nessun ritardo nelle indagini, regole che sono state rispettate, un ostaggio morto sul colpo o nel giro di pochi minuti, e un cadavere scoperto solo all’alba. Molte certezze e nessuna polemica. A fare chiarezza, però, sarà solo l’autopsia.