Quelle signore... così tolleranti (e così pettegole)

Torna il romanzo-scandalo di Umberto Notari che racconta, attraverso il diario della giovane «Marchetta», il mondo delle case chiuse milanesi di inizio Novecento

C’è il Generale a riposo che ogni volta vuole rivivere la passione giovanile per un’altissima Principessa, che per via dell’amore non corrisposto non possedette all’epoca e a causa della vecchiaia non riesce a possedere neppure oggi. C’è il Commendatore, uno degli uomini più ricchi e potenti di Milano, di quelli «che fanno il buono e cattivo tempo», abituato per ruolo e denaro a umiliare il prossimo e che nel chiuso del boudoir gode nel farsi scudisciare, nudo e indifeso, da una di «quelle signore». C’è la coppia di omosessuali che si danno appuntamento solo al bordello per non dare nell’occhio. Ci sono i «flanellisti», che nel gergo della casa è il più pulito equivalente di «scaldapanche». E poi i giovani studenti, i soldati di bassa forza e persino il mite Presidente di Tribunale che di giorno veste la toga della Legge e della Morale e di notte, in una saletta appartata della Casa, sveste gli abiti «di taglio antiquato, ma sempre freschi» dell’anonimo scapolo senza passioni e senza onori, ospite fisso di quelle «aziende» che la storia del mondo ha insegnato avere i più accaniti denigratori proprio in coloro che le fanno prosperae...
Ragazzi alla prima prova, anziani del mestiere, padri di famiglia, sgherri e tutori dell'ordine: le case di piacere - anzi, più correttamente, Istituti di tolleranza - hanno sempre visto transitare dai loro corridoi una vasta e variegata parte della zoologia italiana. Un campionario umano e sociale straordinario passato in rassegna da Umberto Notari in uno dei romanzi più curiosi che la nostra storia letteraria ricordi.
Si intitola Quelle signore, racconta attraverso la finzione narrativa del diario di una prostituta la vita nelle case di tolleranza nell'Italia di inizio secolo, uscì nel 1904 e fu immediatamente sequestrato. Notari fu accusato di oltraggio al pudore, fu processato (in primo grado a Parma e in appello a Milano) e infine assolto per inesistenza di reato. Una surreale e «futuristica» vicenda giudiziaria - tra i difensori di Notari ci fu anche l’amico Filippo Tommaso Marinetti - che scandalizzò e divertì l’Italia e che soprattutto fece schizzare alle stelle le vendite: l’opera, ristampata nel 1906 con in appendice i verbali dei processi, le arringhe degli avvocati e i dispositivi delle sentenze, superò in pochi mesi le 80mila copie per arrivare nelle edizioni successive alle 350mila, diventando un bestseller ante litteram e continuando saltuariamente a essere ristampata. Fino a nostri giorni, come dimostra la recente edizione curata da Riccardo Reim (Umberto Notari, Quelle signore, ed. Otto/Novecento, pagg. 138, euro 12) che ci restituisce un piccolo gioiello della storia della letteratura e del costume italiano.
Libro divertentissimo, iperealistico e mai osceno, Quelle signore è l'opera più celebre - ma non unica, anzi - di Umberto Notari (1878-1950), nato a Bologna ma trasferitosi prestissimo a Milano (la casa di tolleranza attorno alla quale ruotano le vicende della giovane prostituta dal nome-omen Marchetta è il «Venere Moderne-hotel» situato nel più bel centro della città “capitale” morale del Paese), celebre giornalista ed editore. Come giornalista prese parte alla costituzione di diversi settimanali e del quotidiano filo-fascista L’Ambrosiano: uscito il 7 dicembre del 1922 durò fino al gennaio del ’44, puntando molto sulle illustrazioni, la cronaca, gli articoli di cultura e critica d'arte e le firme illustri, da Gadda a Quasimodo, da Afeltra alla Cederna. Come editore, invece, Notari fondò nel 1904 l’Istituto Editoriale Italiano di cui fu principale azionista fino al 1943 e le cui eleganti collane ingolosiscono ancor oggi i bibliofili.
Personaggio eclettico, bizzarro, prolifico e culturalmente raffinato, Notari diede vita a giornali satirici come il settimanale Verde e azzurro, a riviste «di combattimento sociale-politico-letterario» come La Giovane Italia, fondò l’agenzia «Le Tre I», una delle prime grandi società italiane di pubblicità, e scrisse una quantità di opere di narrativa teatro e saggistica. Tutte finite nel dimenticatoio della Storia della letteratura, tranne questo eccezionale reportage - canagliesco, spigliato, coraggioso, al limite del grottesco, giocoso più che libidinoso, in bilico tra fantasia e sociologia - che mette a nudo con divizia di particolari perversioni, vizi e debolezze della buona borghesia benpensante milanese (e italiana) di allora a in fondo anche di ora. Regalando ai lettori-frequentatori dell’epoca e ai lettori-nostalgici di oggi un documento storicamente attendibile e narrativamente elegante che - come mette in guardia nelle prime pagine l’autore - «parrà mostruoso ed è invece semplicemente umano».