Quelle strane convergenze tra Napolitano e Fini Una tenaglia contro il Cav e in difesa delle toghe

Sempre pronti a ad alzare lo scudo per proteggere i pm. Il presidente della Camera e Giorgio Napolitano hanno speso parole in difesa della magistratura. Una coincidenza o forse si tratta di una strategia concordata?

Roma - Prima un secco «no alla rottura della legalità». Poi un elogio della «funzione essenziale della giustizia, contro ogni minaccia e prevaricazione». Giorgio Napolitano, alla vigilia della giornata della memoria, celebra così i magistrati che hanno perso la vita per colpa di mafia e terrorismo. Un modo come un altro, molto istituzionale, per replicare a Silvio Berlusconi, che il giorno prima aveva definito «un cancro da estirpare» i pm milanesi. Decisamente più diretto l’attacco al Cav che arriva da Gianfranco Fini. «Non posso pensare che il presidente del Consiglio si scagli contro i giudici delegittimando tutto il corpo della magistratura - dice il presidente della Camera -. Serve rispetto, le istituzioni non possono essere considerate dai nemici, tanto meno da chi ricopre incarichi pubblici rilevanti».
Una tenaglia concordata o una convergenza occasionale?

L’intervento del capo dello Stato è comunque quasi un atto dovuto. Oggi la giornata della memoria verrà celebrata al Quirinale e Napolitano ne ha voluto dare il senso nell’introduzione di un libro del Csm, Nel loro segno, e in una lettera al vicepresidente del Consiglio superiore Michele Vietti. Si tratta, spiega, «di servitori dello Stato che hanno pagato con la vita la loro lealtà alle istituzioni repubblicane». La scelta di ricordare i dieci magistrati uccisi dai brigatisti, scrive a Vietti, «costituisce una risposta all’ignobile provocazione del manifesto affisso nei giorni scorsi a Milano», quelli del candidato del Pdl alle comunali Roberto Lassini, «che rappresenta un’intollerabile offesa alle memoria delle vittime delle Br».
Insomma, è arrivato proprio il momento di darsi una calmata, insiste il presidente. «Nelle contrapposizioni politiche e elettorali - avverte - e in particolare nelle polemiche sull’amministrazione della giustizia, si sta toccando il limite oltre il quale possono insorgere le più pericolose esasperazioni e degenerazioni». Da qui «il mio costante richiamo al senso della misura e della responsabilità da parte di tutti».

Napolitano invita a trarre lezione dagli anni di piombo. «In quel periodo l’Italia corse rischi estremi. Sapemmo uscirne nettamente, pur pagando dei duri prezzi, e avemmo così la prova di quanto profonde fossero nel nostro popolo le riserve di attaccamento alla libertà, alla legalità, ai principi costituzionali della convivenza democratica». Perciò ancora oggi «è necessario tenere alta la guardia contro il riattizzarsi di focolai di fanatismo politico e ideologico», difendendo «la funzione dell’amministrare la giustizia secondo legge e secondo Costituzione contro ogni minaccia e ogni prevaricazione». Conclusione: «No alla violenza e alla rottura della legalità in qualsiasi forma, è un imperativo da non trascurare in nessun momento».

Da Cagliari pure Fini ha voglia di parlare delle toghe. Secondo lui «la legalità è più impegnativa della sicurezza e chi riveste cariche istituzionali, per ragioni note, non si rende conto dell’errore che commette quando delegittima la magistratura». Questo non significa che non si possa riformare la giustizia, «anzi va riformata eccome, ma il suo simbolo è la bilancia e bisogna avere grande attenzione a garantire l’equilibrio». Ogni cittadino è innocente fino al terzo grado, però «attenzione a non fare leggi volte solo a tutelare l’imputato, dimenticando che c’è pure una parte lesa».

Ma il capo del Fli ce ne ha anche per le opposizioni, «che la devono smettere di pensare che Berlusconi possa essere battuto per via giudiziaria». Quindici anni di processo non l’hanno fatto cadere, non l’hanno nemmeno indebolito. «Al tempo stesso Berlusconi la smetta di pensare che i magistrati ce l’abbiano con lui per ragioni politiche. Come le cose hanno dimostrato, anche se ci sono processo in corso, si può continuare tranquillamente a governare perché non vi è alcun impedimento». Fini chiude offrendosi quasi come mediatore. «Voglio lanciare a tutte le parti in causa un appello alla responsabilità. Bisogna staccare un po’ la spina, altrimenti si va verso il cortocircuito».