Quelle telefonate che imbarazzano il sub Fini

A differenza del caso Ruby, nessuno si scandalizza per le
"raccomandazioni" a favore del presidente della Camera: nel 2008 riuscì a
immergersi senza autorizzazione nell’area super protetta di Giannutri
dopo le pressioni del suo caposcorta sulle autorità locali

Ci sono telefonate e telefonate. C’è scorta e scorta. E soprattutto ci sono politici e politici. Ci sono quelli che vengono criticati perché abusano del loro potere e altri che pur abusando degli stessi poteri criticano gli altri e mai se stessi. Esempio: se la telefonata di raccomandazione alla questura di Milano la fa il caposcorta di Silvio Berlusconi, la cosa – per dirla con Gianfranco Fini - mette «l’Italia in imbarazzo per l’uso privato di un incarico pubblico». Se al contrario le telefonate di raccomandazioni alla Capitaneria di Porto di Grosseto e ai vigili del fuoco le fa il caposcorta del presidente della Camera, nulla questio.
Di cosa stiamo parlando? Di ciò che abbiamo iniziato a trattare nei giorni scorsi a proposito della decisione della Cassazione di accogliere il ricorso del Codacons che si opponeva all’archiviazione dell’inchiesta sulle immersioni fuorilegge del 2008 di Fini e signora nei fondali inaccessibili dell’isola di Giannutri. Un bagno vietatissimo nelle acque off limits del parco nazionale toscano reso possibile da una serie di curiose circostanze. Prime fra tutte, le telefonate di raccomandazioni fatte dal caposcorta dell’uomo di Montecarlo per evitare l’embargo. Gli atti dell’inchiesta raccontano che il 30 settembre 2008 il Codacons inviava un esposto all’autorità giudiziaria nel quale riferiva che l’onorevole Fini, presidente della Camera, per suo diletto personale, accompagnato dalla compagna Elisabetta, veniva accompagnato da un motoscafo dei vigili del fuoco (immortalato con fotografie da uomini di Legambiente) per effettuare un’immersione subacquea in una zona del parco di massima protezione. Le indagini permettevano al pm di accertare come effettivamente «una imbarcazione dei vigili del fuoco era entrata nella zona parco 1, località Grottoni, pur non avendo ottenuto i preventivi del nulla osta dell’Ente Parco». I successivi accertamenti «identificavano i pubblici ufficiali che partecipavano all’escursione, ritenuti possibili responsabili del reato».
Il pm, però, viste le dichiarazioni contrastanti delle persone interrogate, anziché affidare al dibattimento l’accertamento delle responsabilità (peraltro già accertate con lo sconfinamento documentato dalle foto nell’area protetta di barche a motore senza autorizzazione) chiedeva a sorpresa al Gip di archiviare. «È emerso – scrive il pm - che i vigili del fuoco (a cominciare dal capo reparto Quintilio Capecchi) sarebbero stati indotti in errore dalle dichiarazioni del capo scorta di Fini, Fabrizio Simi, il quale – continua il pm – avrebbe assicurato agli stessi di avere le necessarie autorizzazioni per effettuare l’escursione». Al contrario il caposcorta del presidente della Camera ha dichiarato «di essere stato indotto in errore dal comportamento dei vigili del fuoco e della capitaneria di porto (nella persona di Maurizio Tattoli) i quali avrebbero, i primi, individuato la località Grattoni quale meta ideale per l’escursione, indicando nella capitaneria di porto e nel corpo forestale l’ente preposto ad autorizzare tale attività, il secondo (capitaneria) che avrebbe espressamente autorizzato tale attività assicurando anche di informare personalmente il corpo forestale per le competenze di tale ultimo ente.
Sia i vigili che la capitaneria hanno smentito energicamente l’uomo ombra di Fini. I primi, con Capecchi, ricordano di «aver fatto presente al caposcorta che quella era una zona protetta e dunque interdetta alla navigazione e alle immersioni. Il caposcorta mi ha detto che era tutto a posto, che erano stati contattati gli uffici preposti e dunque l’autorità era stata autorizzata». Niente di più falso come spiega il capitano Tattoli della Capitaneria di porto: «Il 26 agosto il capo della scorta di Fini mi chiamò sul mio cellulare e mi comunicò che il presidente Fini, la scorta e i vigili del fuoco con una imbarcazione di questi ultimi si stavano recando sull’isola di Giannutri per effettuare una immersione senza specificare il luogo preciso. Mi fece due telefonate, nella seconda mi chiese di informare la Forestale (...). So bene di non avere nessun potere autorizzatorio sulle immersioni a Giannutri. So perfettamente che nemmeno il Corpo forestale ha tale potere e per questo non ho mai pensato né di autorizzare una simile escursione né in concreto l’ho mai fatto. Non ho mai avuto neppure la richiesta di tale autorizzazione da parte del caposcorta».
Un processo avrebbe potuto chiarire chi diceva il falso e chi il vero, in che modo Fini riuscì a immergersi senza permesso, perché la scorta e i pompieri lo seguirono in acqua, se il caposcorta fece tutto da solo al telefono oppure su indicazione del Principale. Telefonate, raccomandazioni, affermazioni non veritiere. No, non è il caso Berlusconi-Ruby, è il caso che sull’uso privato di un incarico pubblico Fini d’ora in poi taccia.