"In quelle telefonate tutto il cattivo gusto della politica"

Rizzo (Pdci): "Il problema non si risolve scaricando tutto sui giornalisti come vorrebbero i due maggiori partiti"

da Roma

Non gli piacciono le intercettazioni prodiane e non gli piace neppure il polverone «strumentale» che si sta scatenando attorno alle telefonate dell’ex premier. Per Marco Rizzo, eurodeputato del Pdci ed ex esponente della maggioranza del governo Prodi, si tratta di una nuova conferma di «quanto si assomiglino centrodestra e centrosinistra» e della necessità che una «vera sinistra» vada per la sua strada, «totalmente alternativa al Pd».
Onorevole Rizzo, ha seguito le polemiche attorno alle intercettazioni dell’ex premier del suo governo?
«Mi pare la conferma di un problema generale: un cortocircuito politica-magistrati-giornali che va interrotto. Ma non scaricando tutto sull’anello più debole, ossia i giornali, come vorrebbero fare sia il Pdl sia il Pd. La magistratura deve avere la possibilità di intercettare, e la politica glielo deve consentire. I giornalisti devono avere il diritto di cronaca, con un limite: privato e gossip, gusti sessuali o problemi sentimentali non devono diventare merce per la stampa. Anche se sono quelli che fanno più gola, perché fanno vendere. Però non si risolve il problema arrestando i giornalisti: quelle intercettazioni non devono uscire dagli uffici giudiziari, e basta».
Le telefonate di Prodi però non hanno niente a che fare con i suoi gusti sessuali.
«Volete il mio parere su quelle intercettazioni? Dal punto di vista penale mi sembrano irrilevanti. Dal punto di vista del buon gusto politico molto meno. È una storia di bieca italianità, e di cattivo gusto della politica. Che ormai, da una parte e dall’altra, si è trasformata in pura lotta per il potere: non più quello di partito, corrente o fazione, ma ormai potere personale, con leader che si ammazzano l’un l’altro pur di esercitare una supremazia nel proprio schieramento o coalizione».
Pensa anche lei che la pubblicazione di quelle telefonate sia una trappola per spingere il Pd ad avallare leggi che vuole Berlusconi?
«Ma non ce n’è bisogno, il Pd è già tutto dentro quella trappola! Perché in realtà è strutturalmente concepito come una versione diversa ma molto affine del progetto politico, sociale ed economico di Berlusconi. Non è affatto alternativo, piuttosto mi pare preda della sindrome di Attali, come dimostra il caso Amato-Alemanno».
Questo vuole dire che la sinistra deve rompere ogni ponte con il Pd?
«Per far rinascere una vera sinistra e un vero Partito comunista dobbiamo essere alternativi al Pd».
Neppure alleanze tattiche per vincere le prossime amministrative?
«Ci possono essere sul territorio casi in cui allearsi è utile: che so, a Carmagnola piuttosto che a Pistoia. Ma nei luoghi centrali del potere, e nelle grandi città va escluso: non possiamo pensare di sostenere un sindaco come Sergio Cofferati, o schierarci a Firenze con Graziano Cioni e le sue ordinanze contro i panni stesi e i mendicanti che ingombrano il marciapiede».
Vi accuseranno di far vincere Berlusconi, con questa linea...
«Ma è proprio grazie al fatto che il Pd si è messo a inseguire le politiche della destra che abbiamo consentito a Berlusconi di entrare coi suoi blindati nel nostro cortile di casa. Il proletariato ormai vota a destra. E dopo l’esperienza di governo del centrosinistra non ha neanche torto a non fidarsi più».