Quelle tentazioni bipartisan della strana coppia

Non sarò certo io a dolermi dell'incontro tra Gianfranco Fini e Fausto Bertinotti alla festa dei giovani di Alleanza nazionale. Vedere i leader dei due partiti, un tempo considerati estremisti, dialogare pacificamente oggi, non può che fare piacere. I ghetti e le scomuniche, anche in politica, non mi sono mai piaciuti. Un quarto di secolo fa sedevo sui banchi del Parlamento per il Partito radicale che con solitario coraggio dialogava con quel Movimento sociale italiano che era tenuto lontano dal rispettabile consorzio dell'«arco costituzionale». Figuriamoci se oggi non mi rallegro che il Fausto, il quale per antonomasia si autodefinisce «comunista» e dà ricettacolo ai centri sociali, si intrattenga cordialmente con quell'erede della tradizione neofascista, il Gianfranco che ha rinnegato senza ambiguità i misfatti autoritari delle sue radici politiche.
Bene dunque alle autocritiche del leader di Alleanza nazionale per le passate esaltazioni dei colonnelli greci e dei dittatori sudamericani non proprio innocenti. Bene anche per il rifondatore del comunismo per i tardivi pentimenti sulle repressioni operaie dell'Ungheria del 1956 e della Cecoslovacchia del 1968 e per i giudizi sui «mostri da parata» sovietici che però non possono essere cancellati dalla galleria di quel comunismo che non è un concetto astratto ma una tragica realtà storica. Eppure, dopo avere gioito per il fair play dell'incontro, c'è qualcosa che non quadra nell'idillio dei due simpatici leader quando si passa dalle autocritiche, alquanto scontate, al merito delle questioni che li hanno accomunati.
Le cronache riferiscono che i militanti di An, se non lo faceva direttamente Fini, hanno applaudito Bertinotti quando parlava della «mercificazione della vita dell'uomo» riferendosi al «modello nordamericano cui si contrappone quello latino e mediterraneo»; e che le sensibilità delle due formazioni, Rifondazione comunista e Alleanza nazionale, si sono riscoperte per l'occasione vicine nel giudizio sul capitalismo e sull'America. Devo dire che, leggendo della convergenza, qualche stupore mi ha assalito. Che significa modello latino e mediterraneo? Ahimè! Ha senso che qualcuno parli ancora di socialismo arabo o di «Mare nostrum» latino contrapposto all'Europa e all'America? Mi sbaglio o è stato proprio Fini a sancire il distacco da quella destra anticapitalista, antimperialista e antiamericana dei gruppetti della cosiddetta «terza posizione» che non hanno disdegnato (e non disdegnano) scendere in piazza anche con i bastoni e le catene?
Dunque, confesso che non mi convince il Gianfranco Fini descritto dalle cronache come il politico «che non ha ovviamente seguito l'ospite sul terreno antioccidentale, ma neppure l'ha contrariato». Quell'ospite, Bertinotti, che non ha esitato a ripetere la sua ammirazione per il dittatore Castro i cui misfatti sono davanti a tutto il mondo civile, non meno gravi di quelli dei vecchi colonnelli torturatori greci ed argentini.
Sento puzza di antioccidentalismo, antiamericanismo e antiliberalismo. Capisco le esigenze della politica a tutto campo e conosco bene le pulsioni antidemocratiche delle masse che si schierano indifferentemente all'estrema destra come all'estrema sinistra. So bene che le tematiche dei No-global possono accomunare rozzi parlamentari rifondazionisti come Francesco Caruso, fini intellettuali della destra tradizionalista come Franco Cardini e sacerdoti comboniani alla Alex Zanotelli. Ma dovrebbe essere passato il tempo in cui il nemico da battere perché incatenava l'uomo alla sua schiavitù e lo mercificava era il capitalismo.
Sarebbe forse stato meglio lasciare queste banalità alla sinistra archeologica abbigliata con la fumosa verbosità di Bertinotti il quale, magari, ha messo in cantina i ritratti di Stalin e Breznev ma continua ad ossequiare Marx, Che Guevara e Castro, che certo non sono da meglio.
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