Quelle toghe sono la vera anomalia italiana

Ieri pomeriggio mentre facevamo zapping in attesa delle partite abbiamo incrociato il dottor Armando Spataro intervistato da Lucia Annunziata sulla Rai. Ci ha colpito subito. Parlava chiaro, usava argomentazioni polemiche efficaci contro il governo, trasmetteva un forte compiacimento di sé e persino una nota di carisma. Ci siamo detti: ecco un ottimo leader per la sinistra. Non ci sarebbe nulla di male, forse si risolverebbe qualche problema del centrosinistra, se non fosse per un dettaglio. Il dottor Spataro è un magistrato. Il suo compito non è contestare i governi e procurarsi consensi, ma amministrare la giustizia. In tutti i Paesi del mondo, un politico brillante e carismatico fa carriera. In tutti i Paesi del mondo, tranne l’Italia, un magistrato che sfrutta il suo carisma per guadagnare consensi e combattere i governi è un problema grave. In Inghilterra i magistrati non vanno in televisione tranne che per eventi eccezionali che riguardano la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico. Le immagini dei processi non sono trasmissibili dalle televisioni né riproducibili sui giornali: non solo a tutela degli imputati per un sentimento innato di garantismo, ma anche per una naturale limitazione del protagonismo di chi indossa una toga. Nel nostro Paese Antonio Di Pietro ha costruito il suo consenso trasformando ogni udienza giudiziaria in una puntata di Un Giorno in Pretura. È in questo Paese che i magistrati sono diventati popolari acconsentendo l’ingresso in aula di imputati con le manette ai polsi (chiedere ad Enzo Carra per conferma). È in questo Paese che il pool di Mani pulite ha potuto persino diffondere un videomessaggio a reti unificate per contestare un decreto del governo (chi non ci credesse vada a cercare su Youtube il programma di Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo nell’agosto del 1994). Certo, si dirà, lo strapotere della funzione giudiziaria in Italia ha una storia antica: Montecitorio sorge sul colle dove i romani avevano elevato il Montecitatorio. Ed è anche vero che la giustizia politica in Italia è nata molto prima di Francesco Saverio Borrelli, sotto i ferri arroventati dell’Inquisizione. Galileo Galilei fu tenuto prigioniero a piazza del Collegio Romano nella fortezza che conteneva nello stesso tempo la chiesa di Sant’Ignazio e le celle dove venivano torturati e interrogati gli eretici. E forse non è nemmeno un caso che l’unico altro esempio di protagonismo della magistratura in tutto il mondo occidentale, quello di Baltasar Garzón, anche lui magistrato e indagato al pari di Di Pietro, sia nato in quella Spagna che come l’Italia metteva a fuoco le carni degli eretici. Ma se tutti i Paesi devono pagare un pedaggio alla loro storia non è certo ammissibile che in Italia il vuoto del centrosinistra sia colmato dalle interpretazioni dei magistrati superstar. Oggi in Italia è considerato normale che i pm partecipino alle assemblee di redazione di giornali politici (è capitato con il dottor Antonio Ingroia e il dottor Roberto Scarpinato, presenti al seminario fondativo del Fatto). Oggi in Italia non stupisce che un magistrato passi dall’inchiesta contro alcuni politici ai duelli nei salotti Rai contro quegli stessi politici. Oggi in Italia si accetta che un magistrato si candidi nella stessa circoscrizione elettorale in cui esercita il proprio mandato. In realtà è fuorilegge anche in Italia, ma è accaduto lo stesso con il dottor De Magistris, plebiscitario con 400mila preferenze alle elezioni europee. Questo è un Paese in cui gli slogan dei centri sociali devono il loro copyright al Subcomandante Marcos, a Hugo Chavez e al procuratore generale di Milano. Chi non ci credesse digiti «resistere, resistere e ancora resistere» su Google. Questi pm italiani scrivono sui giornali, imperversano ad «Annozero», pubblicano libri sui loro processi, guadagnando soldi e scusate se è poco. E sono persino riusciti a convincerci che l’anomalia italiana sarebbe la volontà di Berlusconi di continuare a fare politica dopo aver ricevuto il mandato popolare più ampio dal dopoguerra ad oggi. Ecco perché per risolvere questo problema non basta un’interrogazione o un’ispezione ministeriale, bisogna che l’opinione pubblica apra gli occhi e capisca che quando l’inquisitore mette la sua toga sotto i riflettori siamo tutti meno liberi e siamo tutti più insicuri.