Quelle truppe italiane con licenza di guardare

Duemilacinquecento uomini impantanati nella palude libanese e ridotti al ruolo di belle statuine dalle anguste regole d’ingaggio dettate da quella risoluzione 1701 che il 14 agosto 2006 mise fine a 34 giorni di guerra tra Israele ed Hezbollah. È la triste situazione del nostro contingente spedito in Libano con la promessa di adempiere ad una missione storica. Oggi è facile prevedere che di storico vi sarà solo la spesa sostenuta. I nostri soldati, nonostante l’efficienza e la capacità dimostrate in Irak ed Afghanistan, sono come una Ferrari costretta a correre con il freno tirato nel traffico di una metropoli. Freni e strettoie sono, in questo caso, il risultato delle regole che impediscono al contingente Unifil di intervenire direttamente nel caso di scoperta di depositi bellici o di attività di contrabbando di armamenti. I nostri militari hanno infatti l’obbligo di informare prima il comando centrale dell’Unifil che a sua volta si preoccupa di concordare, senza poterlo discutere o ordinare, l’intervento di un reparto dell’esercito libanese.
A rendere il tutto più difficile contribuisce la composizione di un esercito che, rispecchiando le divisioni della società libanese, conta tra le proprie fila numerosissimi soldati sciiti. Facile intuire che molti di questi sono simpatizzanti, se non addirittura ex militanti, di Hezbollah prontissimi nell’informare, o almeno nell’allertare, i responsabili delle milizie. I nostri ufficiali obbligati ad operare a fianco delle unità libanesi hanno ripetutamente fatto capire di sentirsi più sorvegliati che aiutati.
In queste condizioni non c’è da stupirsi che Hezbollah abbia di fatto già completato il riarmo iniziato dopo la fine del conflitto. I missili e le armi transitate sotto il naso dei vari contingenti Unifil non sono finiti nei vecchi bunker utilizzati al tempo della guerra, ma negli impenetrabili villaggi sciiti dove i caschi blu non hanno l’autorizzazione a perquisire case e cantine private. Non a caso gli stessi leader di Hezbollah hanno ammesso la scorsa settimana di esser pronti ad una nuova guerra mentre il segretario generale dell’Onu ha letto davanti al Consiglio di Sicurezza i preoccupati rapporti dei servizi segreti israeliani sul completato e pieno riarmo delle milizie sciite, giudicando sostanzialmente un fallimento la missione. Del resto anche il generale Claudio Giordano, l’italiano al comando di tutte le forze Unifil nel Libano del sud, non ha mai nascosto gli scarsi risultati ottenuti dal contingente sul piano del disarmo e del controllo dei traffici di armi. «Qui non abbiamo mai intercettato movimenti di armi - ammise in un’intervista a Il Giornale lo scorso dicembre - probabilmente solo cercando nelle cantine, ma il nostro mandato non lo prevede, si troverebbe qualcosa... La ricerca di armi in base alla 1701 spetta solo all’esercito libanese. Noi possiamo solo intervenire su loro segnalazione...». E quando chiedemmo se fosse successo ammise che non si era mai verificato nulla di simile.