Quelle «valutazioni pericolose»

Marcello Zacché

da Milano

«Quanto vale la mia società?». È più meno questa la domanda che un imprenditore deciso ad andare in Borsa rivolge alle banche che, in gara tra loro, aspirano a portarcela. In cambio di una commissione che, sempre più o meno, vale il 2% dell’intera operazione.
Questa fase si chiama «pitch» ed è qui che gli azionisti decidono il da farsi, soprattutto in base alla risposta che le banche gli daranno: più sarà ragionevolmente alto quel valore, più la quotazione apparirà interessante. E la banca otterrà il mandato. Peccato che nei 6-8 mesi successivi al pitch quel valore può perdere via via consistenza. Perché, come spiega un anonimo banchiere, «il prezzo non lo facciamo noi, né i nostri analisti, né la serie storica dei bilanci. Il prezzo vero, alla fine, lo fa il mercato: prendere o lasciare».
Per una banca avere il mandato di un’Ipo (initial public offering) non è solo una questione di soldi. È soprattutto altro: relazioni, rapporti stabili con il gruppo, future occasioni di business. Per questo può capitare, e capita, che sul prezzo le banche siano benevole, in fase di pitching. E così può capitare, e capita, che l’imprenditore di turno affidi il mandato alla banca che gli prospetta la quotazione al prezzo più interessante.
Ma poi, più ci si avvicina alla fase di «premarketing» (nella quale le banche sondano gli investitori), può capitare, e capita, che quel prezzo debba essere rivisto. Al ribasso. E infine, quando si arriva al «booking» (la raccolta di ordini irrevocabili per quantità e prezzi), il verdetto del mercato diventa inappellabile. O, per l’imprenditore, inacettabile. E sulla quotazione in Borsa cala la pietra tombale.
Così è ormai arrivata a quota 5 la pattuglia delle società che, nel 2006, hanno rinunciato al collocamento. Da inizio anno sono 11 le matricole sbarcate sul listino, mentre nelle ultime 7 settimane, contemporaneamente alla perdita del 7,5% che l’indice SpMib, l’entusiasmo si è trasformato in ritirata. Anche perché, di quelle 11, ben 7 trattano a un prezzo di Borsa inferiore a quello del collocamento.
Al pessimismo diffuso fanno eccezione Piaggio e Pirelli Tyre (pneumatici), le cui operazioni sono aperte. Due «grossi» nomi che viaggiano molto al di sopra degli umori del mercato. Anche se entrambi meritano i rispettivi distinguo: le azioni Piaggio destinate al mercato sono quelle delle banche azioniste ed ex creditrici del gruppo, non quelle del suo principale socio (Roberto Colaninno), né della società stessa. Mentre per Pirelli Tyre, Marco Tronchetti Provera ha comunque dovuto pensare a uno sconto del 10%.
Tutta diversa la situazione in cui si è venuto a trovare Aldo Maria Brachetti Peretti, presidente di Api (Anonima Petroli Italiana) quando, la sera del 21 giugno, a collocamento ormai concluso, Capitalia e Goldman Sachs (le banche capofila) gli hanno comunicato che i books (gli elenchi dove vengono raccolte le adesioni all’offerta di investitori istituzionali e risparmiatori) erano troppo bianchi.
Forse si poteva abbassare la forchetta del prezzo, (fissata tra 5,25 e 7,25 euro per azione). Il che, per Brachetti, significava dire che la sua azienda non valeva più tra 750 milioni e un miliardo. Ma il 10, forse il 20% di meno. Meglio lasciar perdere, allora. Anche se, tra avvocati, società di comunicazione, e altre spesucce vive, lo scherzetto potrebbe essere costato ad Api 6-7 milioni.
Per Value Partners (consulenza) è andata nello stesso modo: Ancora Goldman Sachs, questa volta con Mediobanca, hanno annullato l’operazione ormai «a books aperti». Pm group, Italtel e, qualche mese fa, 3 Italia, si erano fermate ancora prima, nella fase di premarketing, rendendosi conto con un po’ di anticipo che l’operazione non avrebbe riscosso il necessario successo.
Dice ancora il banchiere anonimo: «In Italia, se ritiri un’Ipo, al 99% non andrai mai più in Borsa». E per ora (casi di ritirate ce ne sono stati anche dopo la bolla della new economy) i fatti gli danno ragione. Anche perché, nel frattempo, cambiano anche le condizioni economiche ideali per un esordio. Basta pensare, per esempio, a 3 Italia, quarto gestore di telefonia mobile: un comparto sottoposto a cambiamenti tecnologici così repentini e da una concorrenza così spietata, da rendere sempre più difficile la stima del valore della società.
Si vedrà. Di certo, in questa situazione, neanche le banche possono essere soddisfatte: la commissione del 2% sul valore dell’Ipo non viene incassata in caso di mancata quotazione. Per gli azionisti che hanno visto sfumare l’occasione della loro vita può essere l’unica piccola consolazione.