Quelle vittime senza nome fantasmi del terremoto

Incertezza sul numero dei corpi che non sono ancora stati identificati
In alcuni casi potrebbe trattarsi di lavoratori stranieri clandestini

nostro inviato a L’Aquila

La morte è l'unica certezza sul loro conto. Sono stati estratti dalle macerie e non hanno un nome. Fanno parte di una lista trasparente, i fantasmi del terremoto, numeri puri per ora senza lacrime versate. Non sono stati riconosciuti all'obitorio della scuola di Finanza dove arrivano i corpi uccisi dalla terra impazzita. Non sono stati pianti, accarezzati. Nessuno veglia su di loro. Ieri sera erano tre, i senza nome, senza cognome, senza età. Morti di nessuno. Persone che fino a tre giorni fa erano vive e di cui la morte ha cancellato ogni segno, con la fine della loro esistenza.
È un mistero che probabilmente verrà chiarito con le ore o con i giorni.
Le procedure di riconoscimento sono lente. Un uomo, alla stazione dell'Aquila, raccontava ieri che per dire e far scrivere «sì, questa è mia madre» su un pezzo di carta, il certificato di morte, sono state necessarie dodici ore. Ma forse c'è dell'altro dietro a questa lista che non esiste, nel vuoto di questi uomini e donne che non hanno la consistenza di un'identità neppure da morti.
Finora chi lavora in questo settore particolare che è la dignità dei cadaveri, il riconoscimento, la consegna ai parenti, aspetta. È in attesa che qualcuno arrivi a reclamare i morti a cui nessuno dà nome e lacrime. Ma un operatore racconta che in effetti «qualcuno di loro potrebbe essere per esempio clandestino». E c'è infatti un'altra lista possibile, a parte i tre uomini non riconosciuti, altri corpi portati nelle celle frigorifere di una fabbrica di carne.
Nelle campagne intorno all'Aquila vivono molti pastori, molti di loro sono stranieri, e «non tutti sono regolari», confermano dalla Finanza dell'Aquila e dalla polizia provinciale. «Possono essere chiusi in tuguri, capanne, allestite in quest'area per la pastorizia». Lì nessuna squadra è arrivata a cercare e scavare. E se i morti delle baracche erano senza documenti qui in Italia, senza parenti che ne denuncino la scomparsa, per ora continuano a non esistere, così come facevano da vivi.
In queste storie di numeri beffardi che segnano lo spartiacque tra i vivi e i morti di una tragedia che diventa sempre più grande, ci sono anche gli scomparsi che tornano a vivere. Cinque persone si sono presentate ieri in un apposito ufficio allestito alla scuola della Finanza per dire: «Non cercatemi più eccomi qui». Erano stati segnalati come spariti dai loro parenti, ma poi sono arrivati a dichiarare la loro esistenza in vita con le proprie gambe. Non erano neanche feriti. Non erano in ospedali lontani dove nessuno poteva raggiungerli. Semplicemente li credevano scomparsi e sono usciti da soli dal nulla del «forse».
La lista degli scomparsi è un numero non certo per gli operatori. Anche qui le cifre non sono sicurezze, c'è una zona non chiara. Si era parlato ieri mattina di undici persone di cui non si aveva traccia. Ma in realtà nei palazzi si continua a scavare e nessuno sa esattamente in queste ore si possa dire: stop, fermiamo le ruspe, smettiamo di scavare.
Se può esserci un parametro di grandezza per la pena di un obitorio, ogni ora sembra più difficile della precedente.
Le ultime vittime che la terra riconsegna alle mani dei soccorritori hanno i tratti del viso sempre meno distinguibili. Il riconoscimento è più difficile, e straziante, con il passare delle ore, con la distanza dalla scossa che ha spaccato il cemento e vite. Gli operatori raccontano particolari, dettagli che è difficile anche ascoltare.
Sebastiano, l'uomo che alla stazione dell'Aquila sta dormendo in un vagone letto, dice che ha dovuto vedere il viso di sua madre «con la terra nella bocca e negli occhi». Un'immagine che incide oltre il dolore.
E c'è una donna, all'obitorio, che il dolore lo deve dimenticare con la delicatezza dell'ultimo vestito. A lei tocca riordinare quei corpi violati dalla catastrofe per il loro saluto al mondo. Li deve vestire. Ha dovuto mettere il vestito anche a sua zia. Si chiama Viviana, è un'allieva della Finanza, ha solo 26 anni e passa le ore a dare l'ultima dignità ai morti del terremoto.