Quelli che fanno i rivoluzionari coi soldi pubblici

Ruggero Guarini

Grande successo sta riscuotendo in questi giorni a Napoli l'ultimo grande evento culturale indetto dai governanti locali. Trattasi di un evento ambizioso sia dal punto di vista temporale che dal punto di vista spaziale. Ciò è dimostrato da un lato dalla sua imponente durata, dall'altro dalla maestosa ribalta che gli è stata autorevolmente assegnata. Destinato a finire soltanto domenica prossima, 21 settembre, l'evento si sta svolgendo sugli spalti del Maschio Angioino, il grande castello duecentesco che domina l'area pianeggiante che è da molti secoli il luogo insieme reale, simbolico e immaginario di tutti i poteri (politici, amministrativi, militari, polizieschi e culturali) della città. Ed è fra l'altro proprio in quel castello, nel suo più grandioso salone, la famosa Sala dei Baroni, dove si svolgono, com'è noto, le sedute del consiglio comunale, che la signora Rosa Russo Jervolino, nel legittimo esercizio delle sue funzioni di sindaco, ha a suo tempo espletato, col concorso dei suoi assessori, tutti gli atti sufficienti e necessari per assicurare all'evento l'autorizzazione, la tutela e il plauso della sua persona, della sua giunta e di tutte le massime autorità cittadine.
Siamo insomma di fronte a un evento approvato, benedetto e finanziato, se non concepito e promosso, dai pubblici poteri. Non sarebbe perciò sorprendente se gli fosse stato dato un nome conforme allo statuto sociale dei suoi protagonisti, che è quello, a quanto sembra, di dipendenti pubblici. Invece è intitolato «Adunata sediziosa». Naturalmente si pensa che questo titolo sia perfettamente conforme ai gusti artistici degli artisti del gruppo artistico che lo ha ideato. I quali, a quanto sembra, sono artisti esperti soprattutto, se non soltanto, in una sola arte: quella di occupare abusivamente immobili altrui, non pagare le bollette della luce, del gas e dell'acqua, piantare sul tetto antenne televisive illegittime, creare radio pirata, svolgere attività socioculturali a base di scazzi, spinelli, concerti rock, assemblee pacifiste, cortei antiamericani e dibattiti sul modo di battere la destra. E magari si crede che quel titolo sia giustificato anche e forse soprattutto dagli ultimi grandi successi conseguiti dai ragazzi di Officina 99, il più audace dei tanti centri sociali fioriti anche a Napoli.
Quegli artisti hanno infatti ottenuto: primo, che il comune acquistasse lo stabile in cui bivaccavano da quindici anni; secondo, che non esigendo da loro nessuna pigione, li promuovesse dal rango di artisti mantenuti ufficialmente dalla cittadinanza; e, terzo, che assumesse i più artistici fra loro come propagandisti delle attività culturali del comune (stipendiati normalmente dagli assessorati all'Ambiente e alle Politiche sociali). Questi successi, però, all'ala più sediziosa di questo popolo di sediziosi, non sono piaciuti troppo. Anche al suo interno, infatti, c'è chi pensa che essi siano un sintomo di decadenza. Tanto che su Indymedia (un sito dei no global) già incominciano a fioccare le denunce che sembrano annunciare una spaccatura all'interno del movimento. Il più arrabbiato è un certo Proud che scrive: «È bello fare i rivoluzionari coi soldi del comune! Attenzione a non pisciare fuori dal vaso altrimenti il comune vi manda per strada. Servi». Un'invettiva epocale, che basta da sola a dimostrare che il sogno di ogni bravo sedizioso è un posto fisso a spese del contribuente.
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