Quelli che... pagami ancora, amore

Esagerato o no che sia, il compenso di Roberto Vecchioni alla corte di De Magistris è solo l’ultimo dei casi del tipico doppiopesismo della canzone d’autore italiana

Ma va, figurarsi se è l’unico. Esagerato o no che sia, il compenso di Roberto Vecchioni alla corte di De Magistris è solo l’ultimo dei casi del tipico doppiopesismo della canzone d’autore italiana. Bellissima a parole, un gioiellino di purezza ideale. Ma spesso il contrario nei fatti, Gaber e pochi altri a parte. In fondo, tutto si può riassumere in una parabola, quella di Francesco De Gregori che ha iniziato la carriera facendo concerti a supporto di Lotta Continua e poi si è ritrovato sul palco dell’«orrido» Festivalbar con tanto di bombetta rossa, salvo lamentare «l’insopportabile spocchia» di certi reduci (di Lotta Continua, ndr), «una spocchia che emerge da destra e da sinistra, da chi è diventato Liguori come da chi è diventato Manconi o Sofri». E il bello è che questa manfrina va avanti da quasi quarant’anni ma si scandalizzano in pochi. Tuttora. Gli altri fanno finta di non accorgersi di quanto la musica italiana sia piena di artisti che, come Saviano nell’editoria, urlano ma poi incassano. E tanto. E spesso urlano contro e incassano dalla stessa persona o dalla stessa azienda, il che magari non è grave ma qualche domandina bisognerebbe pur farsela. Ad esempio Caparezza, che addirittura il ruvido rapper Marracash definisce «troppo impegnato», è uno che non si perde un’indignazione che sia una, dice persino di odiare «tutto quello che ha successo in tv» ma due minuti dopo si presenta da Fiorello (non proprio un esempio di flop televisivo) dicendo di aver visto la puntata precedente a casa con mamma e papà. Che tenero. Diciamo che spesso si nasce piromani e si muore Vecchioni, con tutto il rispetto. E che l’Italia è l’unico Paese del mondo (isole comprese) dove questo atteggiamento non sia mai stato stigmatizzato, criticato, anche solo appena accennato. C’è chi può e chi non può. E quasi tutti i cantanti italiani modestamente può. All’estero, specie negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, se strilli contro il «sistema», te ne stai fuori in santa pace. In Italia no. Strilli e però ci rimani dentro. Anzi, ci stai meglio di prima, visto che una divanata dalla Dandini non te la nega nessuno. Ecco, dappertutto si dice che siamo alla vigilia di una svolta epocale. Politica. Ma non solo. Bene, allora in futuro magari evitiamo di massacrare il Red Ronnie legittimo consulente di un sindaco dopo aver taciuto per decenni sugli artisti che (altrettanto legittimamente, sia chiaro, ma un po’ meno apertamente) hanno elargito consulenze strapagate mentre strillavano contro la casta. In fondo è «l’effetto Sanremo». Per secoli, i cantanti «impegnati» hanno rifiutato di andarci perché loro giammai si sarebbero fatti contaminare dalla gara, dalla plebea competizione tra cantanti. E poi però - sarà che c’è crisi o sarà che il tempo porta consiglio - hanno scoperto che, in fondo, non era poi così male salire su di un palco di fronte a milioni di persone per fare quello che normalmente fanno di fronte a qualche migliaio, se va bene: ossia cantare la propria canzone. Idem adesso. E allora, se è vero che Bob Dylan cantava «quante volte può un uomo volgere il capo e fingere di non vedere?» (dal superclassico Blowin’ in the wind), ecco, forse sarebbe il momento che anche la nostra canzone d’autore (con annessa claque giornalistica) smettesse di «volgere il capo» e diventasse un po’ più coerente. Solo un po’, suvvia, mica si chiede tanto.