Quelli che sanno dire soltanto «no» e in piena crisi incrociano le braccia

Dev’essere perché, pensieri e parole di Nichi Vendola: c’è senso dello Stato e senso dello Stato. Dipende un po’ da dove lo guardi, ecco. Se lo guardi dall’alto del Colle, di solito significa dar retta a noiose raccomandazioni tipo: «Abbassare i toni», «ritrovare lo spirito di unità nazionale», «confrontarsi con senso di responsabilità». Ma se lo guardi dal basso del (avanti o) popolo, significa riscossa, sai mai che questa volta e finalmente bandiera rossa trionferà. Dice proprio così, Vendola, che non a caso è il solo leader politico ad aver detto un sì convinto allo sciopero generale annunciato da compagna Susanna, la leader Cgil Camusso. In un’intervista all’Unità il leader di Sel dice che «per me senso dello Stato significa una contestazione radicale della crudeltà sociale di questa manovra».
Quindi, le «opposizioni parlamentari», e cioè Udc, Idv e Pd, «la smettano di parlare di responsabilità nazionale e di senso dello Stato. L’unica responsabilità che dobbiamo sentire oggi è difendere la vita e i diritti di milioni di famiglie». Messi in pericolo, la vita e i diritti, da questo governo che, complice uno squadrone della morte bipartisan che va da Tremonti a Bersani passando per Cisl e Uil, per dirla sempre con Vendola ha «dichiarato guerra all’Italia».
Che importa se la manovra ha incassato il plauso della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente Ue Herman Van Rompuy, e trovato lo spiraglio persino di un barricadero come Di Pietro. Per Nikita, quello di Tonino è solo «un posizionamento nel teatrino della politica». Così, Susanna chiama alla mobilitazione, annunciando per il 23 agosto una «riunione straordinaria dei segretari generali Cgil per decidere la data». E Nichi risponde, alzando i toni: serve «una grande ribellione democratica», fatta non di uno, ma «di cento scioperi generali», perché «se la politica non mette in campo un’alternativa ci saranno processi di insubordinazione figli di una società della precarietà e della disperazione». Ecco, e allora l’insubordinazione tanto vale portarla in piazza, non fa una piega .
L’invito allo sciopero la Camusso lo ha esteso a Cisl e Uil, perché «questo governo, o qualche suo ministro, anziché porsi il problema di come tirare fuori dai guai il Paese, approfitta della situazione per esercitare una sorta di vendetta nei confronti di chi lo ha contrastato». Emergenza democratica che quei miopi o collusi dei colleghi sindacalisti non vedono, anzi: «Susanna Camusso può decidere tutto ciò che vuole, tanto ormai è assolutamente evidente che lo fa ad uso interno della Cgil», s’è inalberato sul Messaggero il segretario Cisl Raffaele Bonanni, prima di notare acidamente: «Se avesse voluto promuovere un’azione di sciopero insieme a Cisl e Uil, avrebbe dovuto aprire una discussione cauta, paziente, diplomaticamente efficace». Tiè.
Il meglio però lo hanno dato sulle proposte alternative. Per Vendola vanno convocati i «ceti possidenti» e aperta una «anagrafe delle ricchezze per recuperare le risorse, centinaia di miliardi, da quell’area di illegalità che è stata coccolata e incoraggiata dal centrodestra». Tradotto? Boh. Per la Camusso la manovra da una parte «parla solo a chi le tasse le paga già», dall’altra «i tagli agli enti locali mettono in discussione le prestazioni ai cittadini». Quindi? Niente. Almeno il Pd qualche idea se l’è fatta venire. Tipo il dimezzamento dei parlamentari, l’aveva già detta Calderoli ma vale lo stesso. Peccato che poi i democratici abbiano rovinato tutto tornando a proporre «una lenzuolata di liberalizzazioni». Mica per il provvedimento, ma per il pulpito. Fatta da Pier Luigi Bersani, che da ministro di Prodi fece un tale pasticcio da ritrovarsi in una bufera senza eguali, è parsa una battuta. Solo che non ha fatto ridere nessuno. Se mai, ha provocato contorcimenti di pancia ai parrucchieri, ancora memori della selva oscura in cui finirono coi lunedì lavorativi. E causato smottamenti di rabbia a chi, anche nel Pd, pensava che liberalizzare la gestione dell’acqua servisse a recuperare efficienza e risorse, e invece al referendum s’è trovato davanti la campagna opposta.
Del resto, a sentire Rosi Bindi sembra che tanto proporre sia solo per poter sfasciare ma poter dire: noi ci abbiamo provato. Dice infatti la presidente Pd che le proposte del governo, dalla tassa di solidarietà al recupero dell’evasione, vanno pure bene, ma non abbastanza bene. E «noi abbiamo sempre dimostrato di essere responsabili e propositivi, ma non ci possono chiedere di condividere misure che riteniamo ingiuste».