Quelli che sapevano ma stavano zitti

Albertini parlò del caso Serravalle con Di Pietro, D’Ambrosio e Borrelli: lessero le denunce senza fare nulla. Finirono in un cassetto le carte sulla plusvalenza ssuper incassata da Gavio

Roma - Il segreto di Pulcinella, così ben custodito che tutti sapevano, ma per non disturbare hanno aspettato. Persino i magistrati, persino Di Pietro, persino D’Ambrosio, il fior fiore del pool. Quante esitazioni davanti a quanti sospetti. C’è stato un cortocircuito: tutti erano d’accordo che si dovesse indagare, ma nessuno l’ha fatto. Per poi scoprire ora, a cose fatte, che il previsto si è avverato? Quando l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini sente puzza di bruciato, si presenta da Tonino (lo ha raccontato il Corriere della Sera), che legge le carte e consiglia una denuncia.
«Ai miei tempi, con una cosa così tra le mani, ci aprivi un’inchiesta, si incriminava qualcuno e forse si arrestava anche». Indizi evidenti di mazzette e tangenti, per quanto «ingegnerizzate», non più bustarelle ma consulenze, valutazioni gonfiate, incroci di favori tutti da ricostruire. Basta indagare quando si intravede il reato. E invece? Si conviene sulla gravità di quanto emerge, ma si attende fiduciosamente che altri facciano qualcosa.
Gherardo D’Ambrosio, ex Pm di Mani pulite, è adesso in una condizione di imbarazzo. Occupa uno scranno da senatore del Pd. Albertini parlò anche con lui, e con Borrelli, ricevendone sempre grandi consigli, come quello di rivolgersi al procuratore aggiunto Corrado Carnevali. Che prese le carte, le lesse, e poi basta. D’Ambrosio intervistato dal Tempo deve districarsi dall’imbarazzo. E allora, certo, «accadono fatti spiacevoli», però calma, «non sappiamo bene e fino in fondo come siano andate le cose», anche se «ciò che sta emergendo non fa piacere». La questione morale «esiste dappertutto», non solo a destra, «adesso scopriamo episodi incresciosi nella sinistra, finora tutti da verificare».
Ma a quanto pare si conoscevano già certi episodi, per quanto tutti da verificare, e li conoscevano in parte sia Di Pietro, che D’Ambrosio, che Borrelli. «L’accertamento andava fatto» spiega l’ex magistrato di Milano, che allora ravvisò gli estremi della truffa aggravata e dell’abuso di ufficio. Tuttavia ora sembra sorpreso dalla tangentopoli democratica, sprecandosi in un «forse ci si è limitati a prendere solo atto» delle parole di Berlinguer.
Tutti sapevano, salvo meravigliarsi dopo. Anche Saverio Borrelli fu edotto, «ascoltò ma non volle ricevere i documenti, pur apprezzando il mio orientamento legalitario», ha raccontato l’ex sindaco. Il meccanismo che aveva presentato ai magistrati era piuttosto chiaro. La Provincia di Milano, guidata da Penati, aveva comprato da Gavio il 15% delle azioni della Milano-Serravalle, pagando però 8,9 ogni quota, costata all’imprenditore molto meno, 2,9. In quel modo, nelle casse del costruttore erano finiti circa 179 milioni di utile netto. E qualche tempo dopo, entra nella cordata che acquista Unipol, gruppo vicino agli ex Ds, con 50 milioni di euro. È questa l’operazione che viene messa sotto gli occhi di magistrati esperti di tangenti, ma poi «come mai a nessuno dei pm che seguivano la vicenda non è venuta neppure la curiosità di approfondire?» si domanda Albertini.
Tutti sapevano, nessuno si mosse, tutti dopo si sorprendono che la questione morale investa anche il Pd. Per quanto non sia la prima, ma l’ultima di una lunga serie di indagini e arresti. Che evidentemente hanno radici in un sistema collaudato, ingegnerizzato come dice Di Pietro. «È l’idea di occupare posti di potere pubblici per poi approfittarne» spiega D’Ambrosio, sempre più meravigliato di quanto accade nel partito che lo ha portato al Senato. Tocca appendersi al Bersani che rivendica una «diversità non genetica, ma politica», una difesa da angolo estremo. Ormai anche chi non vuol sentire lo ha sentito.