Quelli che senza stipendio vincono sempre

E poi dicono che i soldi, solo i soldi, sono il motore del calcio. Guardate la faccia stravolta di Marco Di Vaio mentre salta i cartelloni pubblicitari, scansa un vigile del fuoco e corre ad abbracciare idealmente il suo popolo in festa sotto la curva del tifo bolognese. Sembra la faccia di uno che ha appena scoperto di aver fatto bingo o sei al Superenalotto. Ed invece è solo il centravanti del Bologna pieno di debiti, con fideiussioni farlocche e senza stipendio da almeno quattro mesi, che ha trascinato i suoi al secondo successo consecutivo in tre (...)
(...) giorni (tra il derby col Cesena e la sfida col Chievo, sei punti tondi tondi hanno puntellato una classifica penosa).
Marco Di Vaio, testa rasata e fascia di capitano che pare una medaglia al valor militare, non ha realizzato solo il gol del 2 a 1 a pochi attimi dai titoli di coda. Ha fatto molto altro, come gli è successo dal giorno in cui ha scoperto che il club era rimasto senza un euro, del presidente non c’era più traccia e bisognava passare qualche soldo a massaggiatori e fisioterapisti, che non godono delle loro stesse finanze. È stato il braccio e la mente, come può succedere solo a un uomo vero più che a un talentuoso centravanti, dotato perciò di un cuore grande così, capace di convincere i suoi sodali a non mettere in mora la società per evitarne il fallimento, oltre che di firmare gol decisivi. Un tempo antico, lontano assai, il Bologna faceva tremare il mondo: adesso produce solo cronache malinconiche, politiche e sportive, che documentano il declino della città, col commissario al Comune, la famiglia Menarini allo stadio sotto scorta e l’attuale presidente, Porcedda, fuggito in Sardegna inseguito da promesse mancate.
«Quel ragazzo che avevo allenato a Parma è cresciuto ed è diventato un campione. Allora era timido, oggi è diventato un leader». L’identikit di Marco Di Vaio nelle parole di Alberto Malesani, un altro tipo curioso partito per Bologna pensando di trovare l’America, ma che, andando incontro al deserto economico, invece è perfetto, e può aiutare a capire perché nel discusso calcio moderno certe favole possono ancora realizzarsi. La risposta più spontanea è custodita dentro le passioni e i sentimenti che alimentano il calcio stesso, chi lo pratica incassando stipendi da favola o stando all’asciutto da mesi, chi lo segue con religioso attaccamento a costo di sacrifici.
Nell’ora più complicata della sua gloriosa storia, il Bologna senza soldi e forse anche senza futuro, si è ritrovato sulle spalle di ragazzi dotati dell’onore necessario per dimenticare ansie e tormenti e sventolare quello che colleghi più fortunati (il pensiero deve andare dalle parti di Appiano Gentile) hanno dimenticato in una zolla nella notte di Madrid: il carattere. Ricordiamolo il giorno in cui qualcuno di noi sentirà il bisogno di sculacciarli. Proprio loro, i calciatori di serie A, controfirmando l’accordo di Roma e cancellando dall’orizzonte lo sciopero, hanno dimostrato che Campana e il suo sindacato sono parenti stretti di Fini e Casini. Hanno un terrore santo delle urne o del giudizio dell’opinione pubblica e alla prima occasione buona, da lupi feroci sono pronti a farsi pecorelle smarrite.