Quell'idea "sinistra" di democrazia

Statolaria, rifiuto dell'iniziativa individuale, piatto egualitarismo, negazione del merito. Ecco la forma mentis che da Gramsci in poi ha egemonizzato la cultura italiana. Relegando ai margini tutti i valori della destra

Sappiamo tutti (e in particolare lo ricordano vividamente coloro che hanno i capelli bianchi) quale schiacciante egemonia abbia esercitato la sinistra sulla cultura italiana degli ultimi sessant’anni. Scuole e Università, case editrici grandi e piccole, riviste, pagine culturali dei più importanti quotidiani, associazioni, eccetera... tutta questa enorme e possente macchina trasmetteva e diffondeva capillarmente i messaggi culturali della sinistra.

Oggi tali messaggi ci appaiono incredibili nella loro pochezza, nel loro semplicismo, nella loro arretratezza, nel loro stravolgimento della storia, nei loro caratteri violentemente illiberali. Chi può ricordare oggi a sinistra, senza provare vergogna (se si esclude qualche fanatico ritardatario), le intemerate di Palmiro Togliatti contro Elio Vittorini e la sua rivista Il Politecnico, scomunicata (e quindi ridotta al silenzio) perché accusata di condurre «una ricerca astratta del nuovo, del diverso, del sorprendente», rinunciando alla «scelta» e all’«indagine coerenti con un obiettivo», che era poi l’obiettivo fissato dal Partito comunista?

E come non rievocare, con orrore, certi passaggi della famosa intervista di Togliatti sui temi dello stalinismo alla rivista Nuovi Argomenti, un’intervista rilasciata nel terribile 1956, e tanto celebrata dai comunisti? Qui Togliatti sosteneva l’enorme superiorità della «democrazia sovietica», nonostante lo stalinismo e il suo spaventoso apparato di potere, sulle democrazie occidentali, nelle quali operava - a suo dire - «un molteplice sistema di pressioni, intimidazioni, esortazioni, falsificazioni, artifici legali e illegali, per cui l’espressione della volontà popolare veniva ad essere assai gravemente limitata e falsificata».

Ma, si dirà, il Pci, e la cultura da esso espressa e ispirata, hanno poi avuto una lunga e profonda evoluzione, si sono distaccati dall’Urss, hanno assunto un atteggiamento fortemente critico verso il «socialismo reale». Un atteggiamento che ha avuto il suo culmine negli anni della segreteria di Berlinguer. Senonché, anche in quegli anni, la cultura comunista continuò a servire formule e stereotipi che oggi appaiono risibili e grotteschi. Per esempio, che nell’Urss la «struttura economica» era «sana» (perché statizzata, e dunque tale che aveva posto fine allo «sfruttamento dell’uomo sull’uomo»), mentre la «sovrastruttura» era malata (perché non ammetteva la democrazia pluralistica): come se fra i due piani non ci fosse nessun rapporto. Poi, in quegli anni, al marxismo «sclerotico» e «dogmatico» del «socialismo reale» venne contrapposto il marxismo «originale» e «creativo» di Gramsci: un Gramsci letto in chiave democratica, come se egli non avesse mai proposto la teoria dell’«egemonia» del «moderno Principe», cioè del Partito comunista, come se non avesse mai proposto la teoria dell’«intellettuale organico» (al Pci, «avanguardia del proletariato»), e via enumerando. Per decenni abbiamo assistito al vero e proprio dilagare del marxismo gramsciano, della «filosofia della prassi»: un’opera che oggi può interessare solo a qualche storico della cultura.

Ma, detto ciò, arriviamo al punto più serio e più difficile da spiegare. Perché, infatti, nonostante il pauroso fallimento della cultura marxista e di sinistra, nonostante la caduta ingloriosa di tutti i suoi contenuti, nonostante la «messa in soffitta» dei Marx, dei Lenin, dei Gramsci, dei Togliatti - sostituiti, da parte di chi vuole studiare seriamente il mondo contemporaneo, con Weber, Hayek, Aron, Furet - perché la cultura di sinistra continua a essere maggioritaria, anche se non più massicciamente egemone come una volta? Io credo che ciò sia dovuto al fatto che, nonostante il crollo di tutti i suoi contenuti, la sinistra (con la collaborazione della sinistra cattolica di ispirazione dossettiana, che non a caso è confluita nel Partito democratico) è riuscita a far passare e a diffondere largamente una «forma mentis» che è la diretta negazione del liberalismo.

Nella sua Storia del liberalismo europeo Guido De Ruggiero lamentava il diffondersi nelle grandi masse di una mentalità assistenziale, per cui tutti hanno diritto a tutto, indipendentemente dallo sforzo e dal merito individuali, sicché lo Stato viene concepito come il supremo elargitore che deve garantire il soddisfacimento di tutte le esigenze, senza tenere in alcun conto gli apporti dei singoli. Di qui, diceva De Ruggiero, una sorta di «statolatria», basata sulla convinzione che lo Stato sia una specie di Provvidenza terrena, capace di risolvere tutti i problemi. È questa l’idea di democrazia che la sinistra è riuscita a far passare. Piatto egualitarismo e negazione di qualunque meritocrazia, di qualunque selezione, sono i suoi caratteri fondamentali. Lo Stato è un pozzo di San Patrizio, e più si allarga la sfera statale, e più si restringe la sfera dell’iniziativa individuale, tanto meglio è. Un’idea di democrazia sbagliata e deleteria, ma capace di sedurre un numero elevato di persone.