Quell'Italia xenofoba inventata dai giornali

La nuova strategia della stampa di sinistra: sfruttare ogni episodio di cronaca nera per alimentare la psicosi collettiva

Svegliarsi una mattina e scoprire la miseria delle proprie bassezze: viviamo in un luogo disumano, siamo una bieca popolazione di crudeli razzisti. «Sporchi italiani», titola in contropiede Liberazione. E pazienza se fino all’altro ieri s’era detto che è sbagliato generalizzare su tutti i Rom, quando arrestano un solo Rom per stupro: è vietato generalizzare sugli stranieri, è possibilissimo generalizzare su noi stessi. Ma sì, guardiamoci allo specchio e facciamoci un po’ schifo: dietro questa nostra antica maschera di popolo solare e socievole si nasconde ormai una spietata anima xenofoba. Parlano le cronache: con l’elenco dei nostri crimini razzisti, il Manifesto riempie due pagine. Per la verità deve ingrandire un po’ le foto, ma il titolo resta inappellabile: «I giorni dell’odio».

Ovviamente i solerti corrispondenti delle testate straniere, che ogni tanto devono riassumere in cinquanta righe la realtà di una nazione, si stanno premurando di riportare a casa loro questa nostra nuova identità. Ancora poche settimane, massimo un paio di mesi, e l’Italia non sarà più la spensierata penisola della mafia, della pizza e del mandolino. Sarà l’inferno di tutti gli immigrati. Un enorme e implacabile razzismificio. Poco importa che il Corriere della Sera, con singolare coincidenza, pubblichi un’inchiesta per certificare come i «nuovi albanesi d’Italia», primi ad arrivare vent’anni fa, ora 420mila, non facciano più paura e si siano inseriti bene. Che vogliamo farci: come feroci razzisti, anche noi abbiamo le nostre debolezze. Ogni tanto ci distraiamo.

Resta la pesantezza della situazione. A sostegno del nuovo allarme vengono reclutati tutti: il Papa, Napolitano, Fini. Siccome le tre personalità hanno espresso parole chiare del tipo «Nulla può giustificare il disprezzo razziale», è dimostrata e certificata la nostra deriva xenofoba. Quanto a Berlusconi, nei vari commenti gli viene ascritto un nuovo superpotere: dopo aver inventato la televisione commerciale, il partito azienda e i tacchi rialzati, in pochi mesi di governo è riuscito a inventare pure il Paese razzista, che notoriamente prima della primavera 2008 non esisteva.

Ormai è una corsa frenetica a smascherare le nostre atrocità. Non appena si registra un fatto di cronaca nera, bisogna subito chiarire se vi sia dietro una qualche matrice razzista. Per l’anziana scippata fuori dall’ufficio postale, per la baby-gang che stupra una coetanea e manda tutto su YouTube, per i bulli del liceo che picchiano il compagno autistico, per le bande dei tagliagola che insistono con le rapine in villa, l’interesse è abbastanza in calo. Ma se appena c’è di mezzo un altro colore e un’altra nazionalità, l’argomento diventa numero uno all’ordine del giorno. In testa ai notiziari, per la serie dilaga il razzismo d’Italia. Quando poi, con calma, si scopre che a picchiare quel povero signore cinese, a Roma, in concorso con i deficientelli nostri c’è pure un ragazzo arabo, il dettaglio sfuma via abbastanza silenziato. Diamine, mica possiamo sparare in apertura che anche l’Arabia è razzista.

Già s’è detto e ridetto: il razzismo è una cosa seria. Troppo seria perché la lotta al razzismo diventi solo ossigeno per gruppettari e salotti in crisi. Se serve, si può di nuovo chiarire che la violenza e la prevaricazione, dei bianchi sui neri come dei neri sui bianchi, sono comunque un abominio da annientare sul nascere con fermezza civile. Si può andare avanti ripetendo fino alla noia convinzioni che fortunatamente ci appartengono, perché fortunatamente l’Italia non è un vigile esaltato ed energumeno, o un cretinetto da giardinetti convinto d’essere il nuovo Hitler. L’Italia fortunatamente è una nazione che tra i tanti difetti non ha quello dell’autoesaltazione razziale, del principio di superiorità, dell’arroganza etnica. L’Italia, se mai, pecca sempre del contrario, considerandosi molto peggiore di quanto sia in realtà, e molto inferiore rispetto a quasi tutti gli Stati del mondo.

Sì, potremmo farla di nuovo lunga, professando tutti quei valori che da secoli, tra tante sciagure, abbiamo comunque metabolizzato, spesso perfino combattendo sanguinosamente per la loro difesa. Ma ha senso? Ugualmente: ha senso sollevare la psicosi collettiva, con questi toni apocalittici, davanti a singoli casi di manifesta degenerazione? Non è questione di negare, minimizzare, sottovalutare. È evidente, le pulsioni manesche dei naziskin e dei nuovi esaltati vanno tenute sotto controllo. Ma non possiamo ogni volta farne un fenomeno cosmico. Non possiamo lanciare angosciati appelli alla mobilitazione popolare («In tutta Italia le piazze contro l’intolleranza», la Repubblica). Non possiamo tutti sentirci razzisti, solo perché da qualche parte, magari, chissà, s’è deciso di investire a lungo termine sul bonus elettorale degli immigrati, quando voteranno (ipotesi a caso).

Per fortuna, il razzismo in Italia resta una piaga marginale, contro la quale comunque abbiamo tutti i nostri bravi anticorpi. Casualmente, questo è un Paese dove l’ospite che ritiene d’essere oggetto di razzismo può subito disporre di televisioni, giornali, partiti e persino commissariati pronti ad ascoltarlo. E se un italiano dice d’aver paura, non dice d’aver paura dell’immigrato: dice semplicemente che ha paura della violenza, di qualunque colore e nazionalità si presenti. Quando si chiede di fermare gli ubriachi al volante, non si chiede di fermare solo quelli ambrati, ma tutti quanti: anche i nostri, che sono molti di più. È ancora possibile ragionare sulle cose, o bisogna subito partire con le crociate e le speculazioni? Se questo è il costume, se questo è il metodo, allora per duecento ultrà agitati dentro lo stadio dobbiamo strillare che gli italiani sono ultrà. Per due idioti che sporcano i treni dobbiamo dire che gli italiani sono zozzoni. Per quattro pedofili infami dobbiamo denunciare che l’Italia è un Paese di pedofili...

No, l’integrazione non è un tema da affrontare con argomenti sentimentali o retorici. Non c’entrano la solidarietà, la compassione, la giustizia. Anche, certo. Ma prima ancora c’entra la ragione. Separiamo il bene dal male, non il bianco dal nero. Proviamo ad esercitare il pensiero, persino il pensiero complesso. È un buon esercizio in sé, oltre tutto.

P.S.: prima che gli allarmisti del nuovo razzismo italiano la irridano come troppo tiepida e moderata, vorrei avvertire che la conclusione non è mia, ma di Concita De Gregorio, direttore de l’Unità.