Quello che fa il manager è ben fatto

Il Manager stabilizzò al millimetro il nodo dell’Ermenegildo Zegna. In tinta sulla camicia azzurro polvere, di T. M. Lewin, London. Perfetta, con la consistenza quasi metallica dell’Armani da viaggio. Sui polsini scintillava l’oro microgranulare, con diamante, dei gemelli a giglio, modellati da Piccini, Ponte Vecchio, Firenze. Il Manager notò che le lunghezze d’onda dei bagliori di luce provenienti dal pellame di scarpe, cintura, ventiquattrore Soprani erano armoniche, segno della superba omogeneità del fiore. Sbirciò lo Speedmaster Moonwatch che scandiva il suo tempo, carica manuale, meccanica vecchiotta, 1971. Ma era il cronografo delle missioni Apollo. Lo gratificava: «Un grande passo per l’umanità... ». Il quadrante di plexiglas gli disse che era in anticipo per il taxi dell’aeroporto. C’era tempo per un caffè d’orzo e due pillole di meditazione zen. Piccoli piaceri, per chi contava su bonus da 1,2 milioni di scudi d’oro.
Il Manager viveva con Proprietà. Una coniuge possessiva e dolce. Un po’ madre, qualche volta amante. I figli, così così, come in tutte le famiglie. C’erano ragazzi e figliole d’oro, Aumento di Capitale, Dividendo, Crescita Azionaria. Altri erano spine del cuore, Recessione, Deflazione, Bolla, fino alla coppia infernale, gemelli, maschio e femmina, gli ultimi nati, i più capricciosi e ribelli, lui, Crack, una mina che vagava tra i Consigli d’amministrazione, e lei, Crisi, che si prendeva cotte per teste calde rampanti, squali della finanza, ragazzotti dall’enter troppo facile sulle tastiere dei computer di Borsa. Adesso era da qualche parte, in Asia. E infatti sui listini di Tokyo e Hong Kong spiccava il segno meno, davanti a percentuali a due cifre. Proprietà lo confortava: «Quel che fa il Manager è sempre ben fatto!» gli diceva, prima di ogni missione, togliendogli un filo, o un capello bianco, dal bavero. In altri tempi, la sua sarebbe stata definita una famiglia patriarcale.
Oggi era giorno di mercato. Il Manager metteva in vendita il comparto auto. Aveva percepito, in quel settore, qualche scricchiolio di troppo. Proprietà, fedele al suo motto, non aveva messo becco. I tecnici avevano compresso tutto nel disco magico, che ora ronzava nella valigetta. Ci si poteva scorgere la fabbrica, con le sue linee di montaggio, gli uffici, la rete concessionaria vendite, ma anche le famiglie di impiegati e addetti, con il popolo dell’indotto. Sembrava un acquario in miniatura.
Ed ecco il Manager al terminal. Nella sala di attesa, due parole con un collega, anche lui, probabilmente, diretto al mercato. È un cinese, disinvolto, lingua sciolta, che ha sbirciato l’azienda nella valigetta del Manager e propone subito un affare. «Amico, senti» gli dice, dandogli di gomito «quanto vuoi, per la tua fabbrica di quattro ruote?». «Quanto offri?» gli risponde il Manager, stringendosi la ventiquattrore al petto. «Ho proprio qui una fabbrica di biciclette, base a Canton, nessuno sciopero, un articolo coi fiocchi». «Biciclette?» pondera il Manager «ma sì, potrebbe andare, il veicolo del futuro, ecologico, risparmioso... Affare fatto!» conclude scambiando con l’uomo dell’oriente il suo disco.
Sul volo di trasferimento al mercato, il Manager ha al suo fianco un corpulento uomo d’affari. Qualche battuta, e nasce la confidenza. Si profila un nuovo negozio. «Ho qui qualcosa che potrebbe interessarle... » esordisce il grassone. «Un’azienda che produce monopattini di legno, nella mia terra, in Romania. Roba perfetta, modello Nostalgia. Farebbe scambio con le sue biciclette? Il materiale è più economico, sa, le foreste, in Romania, non costano nulla... ». Il Manager abbozza due conti. Rischio calcolato, potrebbe andare. Lanciare una nuova moda, che profuma d’antico. Ma sì. L’istinto dice sì. La classe non è acqua. E la stretta di mano sigla la transazione.
Al bar dell’aeroporto d’arrivo. Un caffè, per carburare, prima della lunga giornata di domande e di offerte, dove il Manager avrà bisogno di tutta la sua esperienza, la sua sagacia, la sua cattiveria per navigare tra le secche delle manovre economiche. Un tipo, con una vistosa camicia hawaiana e una borsa da spiaggia a tracolla lo interpella a bruciapelo, sedendosi al suo tavolo. «Che ne diresti di uno scambio?» attacca senza mezze misure, e da quella sporta che sembra la tavolozza di un pittore espressionista schizzato, estrae una manifattura (lavoranti in nero) di sandali infradito monosex, plastica floreale, postmoderna, un prodotto global che si vende, secondo lui, a qualsiasi latitudine. «Sai, l’effetto serra, il riscaldamento globale, è scientifico, ci sarà il mare dappertutto, e alla playa come si va?» domanda ammiccando. «Ma con queste!» e mostra le infradito ai piedi. Al Manager luccicano gli occhi. «Tieni, tieni» dice all’altro con entusiasmo, porgendo l’articolo romeno «e passami la tua azienda. Siamo pari!». Bicchieri che collidono, e il mercato è fatto.
Caso vuole che, dal bancone del bar, assistano al passaggio di imprese due viaggiatori inglesi, antropologi di Cambridge. «Ci perdoni» esordiscono discreti, rivolti al Manager «abbiamo visto, senza volere, il vostro scambio. Lei è un Manager, giusto?». Alla risposta affermativa, i due insistono: «Che idea, scambiare monopattini con infradito! Plastica contro buon legno romeno! Quando tornerà a casa, dalla sua Proprietà, se la vedrà brutta, mister... ». «Tutt’altro» risponde l’uomo, alzando le spalle, e per una forma di amor proprio riepiloga ai due scienziati tutte le tappe del sua avventurosa giornata mercantile. Gli inglesi hanno la scommessa nel sangue, si sa. «Duemila scudi d’oro che sua moglie gliele suona di santa ragione, quando scopre come s’è fatto infinocchiare dalla concorrenza!». «Vada per i duemila», sospira il Manager che, ormai, di arrischiare al mercato non vede più ragione.
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Il terzetto è ora nel salotto del Manager. «Biciclette? Adoro le biciclette!» cinguetta Proprietà, quando è ragguagliata sul primo scambio. «Mi riportano ai miei anni belli, quando andavo a scuola su due ruote... » e scocca un bacio al Manager. «Noooo, monopattini di legno... Che nostalgia! Li ho cercati tanto, qui nei maxistore dei dintorni, ma è un articolo fuori catalogo e, adesso, grazie a te, ne ho una fabbrica intera!». Gli inglesi smettono di sogghignare. «Infradito? Non ci posso credere... Quell’antipatica della nostra vicina le mette in mostra, proprio lì, sul muretto divisorio del giardino, ogni volta che torna dalla crociera. Le faccio vedere, io, adesso. Penserà che ci andiamo ogni settimana, al mare... Eh, quel che fa il Manager... ».
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«Ehi, Manager, sveglia!». Il Manager, che stava sognando di riscuotere quello strano bonus da duemila scudi, si scuote, spalanca gli occhi, torna alla realtà. Che ha la forma di uno spazzolone, uno straccio per le pulizie, e l’androne del grattacielo dove, fino a poco prima, cento piani più su, stava il suo ufficio da dirigente di primo livello. La voce è quella del suo collega, un vecchio, una vita a lustrare i marmi d’ingresso. «Ti sei addormentato sui gradini, figliolo...» gli dice l’addetto, strizzando lo strofinaccio, e si allontana scuotendo il capo. Il Manager cerca di concentrarsi sulle sue nuove mansioni. Ma non riesce a togliersi dalla mente il giorno in cui la Proprietà smise di coprirsi gli occhi, e di ripetersi: «Quel che fa il Manager... ». Gli furono chiesti conti e chiarimenti. Che non fu in grado di esibire. Prima sparirono i bonus (ci si era messa di mezzo anche la legge, in questo campo), poi la scrivania, e infine il contratto. «Ci sarebbe un posto da uomo di fatica... » gli fu comunicato. «Nel mio paese» si consolava l’uomo «si può salire da spazzino a Manager, cento piani di differenza... Sì, ma come fare?» si tormentava. «Ci penserò domani» concluse.