"Quello che veramente ami" affresco degli anni di piombo

Il romanzo del giornalista Riccardo Arena racconta la storia d'amore impossibile tra un «fascio» e una «compagna» nel 1977, anno caldo di scontri e di morti a Milano e nell'Italia di quel periodo

Comincia nel 1968, finisce nel 1992. Due anni "rivoluzionari" - la contestazione studentesca e le stragi di mafia - per raccontare, tra Milano e la Sicilia, un anno di fuoco per l'Italia, il 1977. Ma la cronaca, che è vera, è soltanto il drammatico sfondo. Lo sfondo degli anni di piombo in cui si muovono i giovani che quella storia hanno in parte scritta, giorno dopo giorno, prendendosi a botte e sprangate, ammazzandosi per le strade e ammazzando, soldati tutti di una guerra assurda e tragica. È in questo quadro che il giornalista Riccardo Arena, cronista di giudiziaria del Giornale di Sicilia di Palermo e corrispondente de Il Foglio e Panorama, ambienta la storia d'amore di Enrico e Monica, i protagonisti del suo primo romanzo, «Quello che veramente ami» (Dario Flaccovio Editore). Non una storia d'amore qualunque. Sì, perché Enrico detto il Tunisi, siciliano emigrato a Milano, è un «fascio» sino al midollo, mentre Monica, figlia della buona borghesia milanese in rotta con la famiglia, è una «compagna» vicina all'Autonomia dura e pura. Un amore impossibile, impensabile soprattutto per l'epoca. Un amore unico che Arena tratteggia con straordinaria sensibilità, con una scrittura incalzante, avvolgente, che ripropone nel suo precipitare a cascata seguendo l'onda dei pensieri il tumulto di quegli anni difficili. Sono inventati i personaggi di Enrico e Monica. Come inventati sono Carlo, Furio, Gì-Gì, Filippo, Antonio, Luciana, i giovani soldati del '77 che combattono l'uno contro l'altro una guerra che credono giusta. Credono, perché per dirla con Enrico «l'unica guerra giusta, l'unica guerra che si vince è quella che non si combatte». Sono inventati, sì, ma talmente veri - anche nella loro guerra con generazionale con i padri che la guerra, quella vera, l'hanno conosciuta davvero - che chi quegli anni li ha vissuti, nella roccaforte calda di Milano o a Roma, può tranquillamente riconoscersi. E anche sorridere alla speranza. Perché «quello che veramente ami –come dice Ezra Pound nell'aforisma da cui l'autore ha tratto il titolo del libro – è la tua eredità».