«Quello scrutinio è stata una follia Ho visto i presidenti aggiustare voti»

Elezioni all’estero: la testimonianza di una scrutatrice del centro di Castelnuovo di Porto

Luca Telese

da Roma

Benvenuti nell’unico luogo al mondo dove l’Italia è in tutti i Paesi del mondo. Dove la Germania confina con la Svizzera, ma anche con il Brasile. Benvenuti in questo reportage insieme a Marzia, che ha visto tutto, e di tutto. Lei quella notte, a Castelnuovo di Porto, c’era. E quando ha dovuto sintetizzare quello che ha visto durante lo scrutinio del voto degli italiani nel mondo, per raccontarlo agli amici ha detto: «È stato un mattatoio elettorale». Marzia si è appena laureata, non ha ancora un lavoro, e in realtà ha un altro nome, che preferisce non utilizzare per ragioni che spiegherà in questa intervista (e che non hanno nulla a che vedere con la politica). Però è disposta a fornire questa stessa testimonianza, sotto garanzia di anonimato, a qualunque commissione parlamentare che volesse indagare su ciò che è successo durante quello scrutinio.
Allora, Marzia, che cosa è accaduto, perché usi parole così forti?
«Perché non se ne possono usare altre. Avevo desiderato fare la scrutatrice, come molti altri ragazzi, perché desideravo fare una esperienza nuova, cimentarmi in un lavoretto che era anche retribuito da una paghetta apprezzabile...».
Centoquaranta euro per due giorni di lavoro?
«È questo il punto. Io e gli amici all’inizio quasi facevamo i salti di gioia perché ci avevano assegnati a Castenuovo di Porto, e lì, almeno sulla carta, i giorni di lavoro si riducevano ad uno. Una pacchia».
Perfetto...
«Che follia. Se avessimo saputo cosa ci aspettava...».
Cosa vi aspettava?
«Appena arrivati ci siamo accorti che le cose erano state organizzate male, malissimo, che non potevano funzionare. Eravamo a centinaia, fra scrutatori e addetti ai lavori, buttati in una sorta di palestra di un palazzone sperduto. Siamo rimasti intrappolati fino alle cinque del mattino. Quando sono uscita i seggi dell’America latina non avevano ancora finito lo scrutinio. C’erano persone che avevano introdotto nei seggi borse, borsoni, dicendo che era per portare il cibo. Solo che...».
Cosa?
«Non c’era nessun tipo di controllo di polizia: avrei potuto portare qualunque attrezzo con me, anche un plico di schede, non se ne sarebbe accorto proprio nessuno».
Continua.
«Lo scenario era surreale. Ero stata assegnata ad un Paese europeo. Eravamo tutti attaccati: Germania, Francia, Svizzera... A pochi metri avevamo il Sudamerica».
Come funzionava?
«Questa è stata un’altra follia. Nel mio Paese, al mio seggio spettavano 33mila aventi diritto. Ovvero: dovevamo scrutinare dal numero 3mila al numero 35mila degli scritti nella lista, qualunque fosse stato il numero dei voti espressi. Ma eravamo solo cinque! Qualunque fosse il numero delle schede eravamo solo cinque».
Come vi è andata?
«Ci siamo resi subito conto che il meccanismo aveva una falla pazzesca. Non c’era modo di riscontrare effettivamente la regolarità del voto».
Perché?
«Perché i tagliandi elettorali arrivavano chiusi in una busta. E i voti arrivavano chiusi in un’altra busta, e sigillati. Non c’era nient’altro dentro questa busta, nemmeno un altro tagliando: se le buste sigillate con i voti fossero state sostituite in partenza, o durante il tragitto, o all’arrivo, nessuno di noi avrebbe potuto verificarlo, chiaro?».
Che tipo di riscontro avete fatto, allora?
«L’unico possibile, che fra l’altro ci ha preso tutta la mattina. Abbiamo spuntonato dalle liste elettorali i tagliandi, con tutti problemi che sono seguiti».
Ad esempio?
«Il voto per il Senato. Come si faceva, in queste condizioni, a verificare chi aveva diritto e chi no? E come si faceva ad essere sicuri che chi aveva diritto a due voti perché ultra venticinquenne, non avesse votato una sola scheda?».
Era impossibile.
«Appunto. Molti lo hanno capito troppo tardi. Anche i presidenti più meticolosi sono impazziti perché i conti non solo non tornavano, ma non potevano tornare: bastava che un avente diritto – come accadeva spesso - avesse omesso il voto, e non corrispondeva più nulla».
E come hanno fatto?
«So per certo che molti, in buona fede, hanno corretto le cifre per pareggiare i conti».
Una follia. E i rappresentanti di lista?
«La maggior parte sono arrivati tardissimo, di sera, quando si è capito che quel voto poteva essere determinante. Ma hanno costribuito a fare caos, se non peggio».
Perché?
«Dovete immaginarvi la scena: siccome nessuno aveva pensato alla logistica, e agli spazi, stavamo tutti ammucchiati su pochi tavoli per seggio. Solo dopo aver scartato le prime mille buste ci siamo trovati sommersi in un diluvio di carta. L’unico modo per gestire le schede era dividerle e ammucchiarle sui tavoli. Qui le bianche, lì le nulle, qui l’Unione, lì la lista Tremaglia...».
E poi?
«Mentre noi correvamo da un mucchio all’altro per aggiornarli, vedevamo i rappresentanti di lista che passavano di sezione in sezione – ma in realtà era lo spazio di pochi metri - correndo come aquile sul mucchio delle bianche. Poi, appena ti distraevi gridavano: “Ma qui c’è una scheda votata!”. Magari avevano appena messo la croce loro stessi. Ma era impossibile controllarli sempre, perché dovevi correre da un mucchio all’altro, scrutinare, contare...».
Parliamo delle schede.
«Un’ira di Dio. Appena abbiamo iniziato ad aprirle abbiamo capito subito che nessuno sapeva come si votava, che nessuno aveva fatto opera di informazione: c’erano buste in cui mancava addirittura la scheda. Altre con scritte in lingua straniera sula scheda, altre ancora con solo cedolino! Altre vuote!».
Pazzesco...
«Qualcuno aveva fatto ancora di peggio, e dentro la scheda c’erano santini elettorali, volantini, fogli scritti».
Come computarli?
«Era questo il problema. Passi per la scheda nulla: ma quando non c’era la scheda, di nuovo, ovviamente, ti saltava il conto dei voti... E le cifre non tornano mai. Lo dico chiaramente. Se avessi voluto infilare cinquanta schede lo avrei potuto fare ad occhi chiusi».
Hai detto che «confinavi» con il Sudamerica...
«In quei seggi sono accadute le cose più folli, tutte queste difficoltà che avevamo in Europa lì erano moltiplicate per dieci. La stanchezza ha fatto il resto. Hanno iniziato a litigare, si sentivano urla, diverbi... Sembravano un campo di accoglienza profughi!».
E poi?
«Alle prime luci della mattina la stanchezza ha preso anche noi. Non capivamo più nulla, non tornava più nulla, non sapevamo cosa scrivere sui verbali. A fianco a noi c’erano presidenti che dicevano di richiudere plichi e buste così com’era, e altri che insistevano per “correggere”».
E voi?
«La fortuna è che avevamo poche schede. Ne fossero arrivate solo il doppio, chessò, il 20%, non avremmo finito mai o ci saremmo sparati tra di noi».
Ma per lo scrutinio come avete fatto?
«Nel seggio eravamo divisi. Io, ovviamente, non ero d’accordo sull’idea di correggere nulla, ma ero giovane, non avevo autorità sugli altri, tantomeno sul presidente, che diceva: “Sono io che ho la responsabilità finale”».
E come è andata a finire?
«Alle cinque io e altri scrutatori, distrutti, e stanchi di litigare, ce ne siamo andati e lo abbiamo lasciato solo».
Non vuoi apparire con il tuo nome, perché?
«Non per vigliaccheria, e nemmeno perché non sia certa di quello che ho detto. Per provarlo basterebbe un esame superficiale dei verbali e dei materiali. Però non posso e non voglio mettere in difficoltà le persone coinvolte. Non voglio penalizzare solo degli individui. Era tutto il meccanismo ad essere sbagliato».