Quello sfogo in pubblico E il procuratore «spifferò» gli elementi dell’inchiesta

Un caratteraccio: ereditato dal nonno, prefetto di Avellino nel 1943, che quando i nazisti vollero requisire uno stabile, rispose Nein! e perse il posto. Se l’altro ieri Nicola Trifuoggi, procuratore della Repubblica di Pescara, ha risposto in diretta e a brutto muso al presidente del Consiglio che definiva un «teorema» le accuse a Ottaviano Del Turco («ma quale teorema, abbiamo una montagna di prove!»), la colpa è soprattutto del carattere. Perché Trifuoggi - 66 anni, avellinese, in magistratura dal maggio 1967 - non fa politica, e se gli chiedi come la pensa svicola, «quando colpiamo quelli di destra mi accusano di essere di sinistra, e viceversa. Io sono solo uno che cerca di fare bene il suo dovere». Ma - quando sa di avere ragione - il procuratore di Pescara è anche uno che si incavola di brutto, a costo di farsi scappare qualche parola in più del dovuto. Come quando un anno fa rischiò di rivelare l’esistenza dell’inchiesta che lunedì ha portato in cella il Governatore dell’Abruzzo, lanciandosi in una esternazione «non premeditata» durante un dibattito.
Lui la racconta così: «Mi avevano invitato ad andare, credevo di dare solo un breve saluto e augurare buon lavoro. Invece prima di me sono stato costretto a sentire delle bestialità enormi sulla gestione della sanità. A quel punto non ci ho visto più». Sta di fatto che quel giorno il procuratore si lanciò in una serie di accuse sul malaffare della sanità abruzzese talmente circostanziate che - se la platea lo avesse ascoltato davvero - avrebbero fatto scattare una serie di campanelli d’allarme. Invece nessuno ci fece caso, e l’inchiesta andò avanti sotto traccia fino al big bang di due giorni fa.
Alle asprezze di Trifuoggi la stampa abruzzese ha fatto il callo. Due anni fa, annunciando la chiusura dell’inchiesta sulla Finanziaria della Regione, il procuratore seminò il gelo puntando il dito anche contro i giornalisti locali, accusandoli di coprire le malefatte degli inquisiti. Ma, se non lo si punge sul vivo, Trifuoggi sa anche essere gentile: come quando, a ottobre, consolò una Clementina Forleo in lacrime, nel teatro dove entrambi stavano ricevendo il premio Borsellino. E persino autocritico: quando i reporter di Primadanoi gli chiesero spiegazioni sul dilagare della corruzione, Trifuoggi se la prese come di prammatica con la crisi dei valori e con il sistema elettorale, ma poi ammise: «La colpa è anche nostra che non ci diamo da fare abbastanza».
Lui di inchieste ne ha fatte un’infinità, colpendo senza distinzione a destra e a manca. Cominciò a Genova con i terroristi della XXII Ottobre, mix tra malavitosi e aspiranti brigatisti, che nel corso di una rapina avevano assassinato a sangue freddo un fattorino: e si ritrovò sotto scorta fin quando non si trasferì a Pescara dove entrò in rotta di collisione con il governo Craxi. Trifuoggi fu infatti uno dei pretori che in contemporanea («ma non è che ci fossimo messi d’accordo», giura tutt’ora) oscurarono le tre reti Fininvest, accusandole di aggirare le norme che vietavano alle tv private la «diretta» (e il governo reagì d’urgenza con un decreto). Da allora non s’è più mosso dall’Abruzzo: prima Chieti, poi l’Aquila, dal 2003 procuratore a Pescara. Ha inquisito il vecchio governatore Gasparri e i leader della Cisl, i preti pedofili, le vecchie giunte di centrodestra e i loro successori. Pochi mesi fa il senatore di Fi Andrea Pastore andò a sfidare il procuratore: «Vediamo se adesso che comanda la sinistra sarete più distratti». «Stia tranquillo - gli rispose Trifuoggi -, indagheremo a 361 gradi». E ha mantenuto la promessa.