Quello stemma «tradito» dal computer

Faccio riferimento alla mia lettera pubblicata sul vostro quotidiano il 23/08/05 pag. 40 ed alla sottostante fotografia. Lo stemma raffigurato non è ancora quello della Repubblica ma bensì quello della Città di Genova. Lo stemma della Repubblica si differenzia in quanto è sormontato dalla corona reale anziché quella ducale e le code dei grifoni sono rivolte verso l’alto. Se qualche vostro lettore fosse interessato ad ammirare il vero stemma della Repubblica di Genova dovrebbe recarsi a Palazzo Ducale, salire la prima rampa dell’ampia scala che porta ai piani superiori e quindi prendere la rampa di destra. In cima, sullo sfondo, troverà un grande affresco che riproduce l’autentico stemma della gloriosa repubblica. Cordiali saluti.

Dai nostri lettori - una famiglia! - pretendiamo sempre tanto. Proprio come da una famiglia. In particolare: che siano fedeli e attenti nel segnalarci fatti, situazioni, magagne individuali e collettive, e, contemporaneamente, che siano indulgenti nel perdonare le nostre, di magagne, a volte inevitabili e «figlie» del computer. Per questo diciamo che i nostri lettori sono un patrimonio di passione, entusiasmo e partecipazione che ci fa onore e costituisce - lo ripete spesso e volentieri il caporedattore Lussana - un fenomeno forse unico nel panorama editoriale. Un fenomeno, una famiglia di cui fa parte a pieno titolo anche Lei, caro ragionier Aliverti, che, sul «caso», guarda caso, ha perfettamente ragione. Prima siamo scivolati, diciamo così, sullo stemma del Regno sabaudo, poi su quello del Comune, mentre il riferimento giusto sarebbe stato: lo stemma della Repubblica di Genova (lo pubblichiamo a fianco, versione Mil-Movimento indipendentista ligure, come dire: la Bibbia della tradizione, vedi ns. articolo del 16/2/2001). Facciamo ammenda. È ben vero che, per un genovese doc, «riso raeo», pure la foto della Tavola del Polcevera sarebbe uno stemma, un simbolo autentico, una «bandiera» di appartenenza e, quindi, di genovesità. Ma tant’è, giusto riconoscere che le Sue rettifiche, caro Ragionier Aliverti, sono ineccepibili, e che le Sue parole sono, in qualche modo, una bella gratificazione e un incitamento a fare sempre meglio. Parole, comunque - non nascondiamoci dietro la diplomazia -, che pesano come piombo. Anche se il piombo, in tipografia, non usa più, e ora domina incontrastato, negli articoli e nelle foto, quel birichino del computer.
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