Quello strano amore da Grifo che paralizza anche la Nord

Il tifo assordante di inizio partita lascia lentamente spazio ai timori di una nuova disillusione: la partita vissuta col cuore in mano

(...) i fischi dell'arbitro, e mi torna in mente quella lontanissima vittoria a Monza che regalò la serie A al Genoa perché i biancorossi di casa si fermarono convinti che il gioco fosse stato interrotto, mentre il fischietto era stato usato in tribuna. Penso, chissà cosa avranno in testa quei giocatori che credevano di aver già scoperto nei mesi scorsi la gradinata Nord, anzi, il Luigi Ferraris. Poi tutto, piano piano, sembra tornare alla normalità, a una partita di metà campionato, se non fosse per i tifosi del Napoli. Passano i minuti e si va addirittura sotto la soglia della normalità. Non capivo.
Accidenti, certo che non capivo. Ero in tribuna stampa, come potevo capire chi stava nella Nord, nella Sud, nei Distinti? Mi aspettavo che partisse un «Ma se ghe pensö allöa mi veddo a A..." E allora iniziavo a capire. Improvvisamente le palpebre tentavano di entrare in modalità tergicristalli, la pelle mi voleva convincere di essere in canottiera al Polo (Nord, ovviamente), la voce non voleva saperne di chiedere al collega che vedeva in diretta la partita di Piacenza come stesse giocando la Triestina. Ecco cosa stava succedendo.
Per fortuna lo schermo del pc acceso davanti, ogni tanto, mi ricordava che stavo anche lavorando. Che dovevo dare un 5 a Coppola che non lo meriterebbe mai, l'insufficienza a De Rosa nonostante avesse portato una giustificazione strafirmata dal dottore, e dire che Leon, il giocatore più ingiustamente criticato di questo Genoa, stavolta l'aveva combinata troppo grossa solo davanti a Iezzo.
Tant'è, mi tornavano sempre in mente le palpebre, la pelle, le corde vocali di quei trentamila. E appena Rubinho o Iezzo guadagnavano trenta-quaranta secondi ad azione sulla partita di Piacenza, provavo a ragionare su quella paralisi da Grifo. Perché non coglieva anche i tifosi del Napoli che erano sulla stessa barca? Perché al gol della Triestina loro erano già in campo dietro la rete del loro portiere e il resto dello stadio sembrava sotto choc? Dubbi legittimi, per colpa di quel seggiolino in tribuna stampa, di quel pc acceso. La risposta invece era fin troppo banale, istintiva. Qual è l'unica squadra d'Italia che pareggia contro una squadra senza motivazioni che alla penultima gioca la partita della vita? E non lo fa mai per caso, una volta, ma sempre. Qual è quella squadra che domina il campionato e va in serie A poi si risveglia in C per una sola partita "normalizzata", mentre due interi campionati decisi dallo scudetto alle retrocessioni per la giustizia sportiva valgono solo la serie B? Qual è quella squadra che sbaglia quattro gol a porta vuota quando ne basterebbe uno per essere promossi e all'ultimo secondo di recupero riesce persino a perdere?
Di domande così i cervelli ne frullano cinque al secondo, come possono pretendere di dare ordini razionali all'ugola, agli occhi, alla pelle? Napoli era tappezzata di volantini a lutto per la «scomparsa» della serie B già da due settimane. A Genova bisogna aspettare il giorno dopo per attraversare mezza Liguria in treno e vedere tutti i balconi con una bandiera rossoblù appesa. Perché ieri mattina, in edicola, i giornali venivano consumati alla ricerca di un'unica notizia, che qualche volta neppure c'era. Insomma, chissenefrega dei caroselli, delle pagelle, del diluvio di interviste: è vero che non si rischia lo 0-3 a tavolino o anche una maxi squalifica del campo perché la partita è stata interrotta a due minuti dalla fine e ripresa con Marco Rossi in mutande e Masiello che si infila la maglia mentre stoppa il pallone? Cose da Genoa. Come si fa a spiegarle?