Quercia in bilico tra riformismo e massimalismo

Pietro Mancini

È probabilmente eccessivo il timore manifestato da Giampaolo Pansa che il culto della personalità, che nella storia della sinistra italiana è stato sempre un elemento tragico, potrebbe, oggi, ripresentarsi come una farsa. Non si può tuttavia dar torto all'editorialista dell'Espresso, quando bacchetta alcuni giornalisti per aver riservato di recente a Piero Fassino un trattamento troppo deferente, anzi «giulebboso», come lo definisce Pansa, caustico soprattutto con Gad Lerner, il vecchio Curzi e il giovane Diaco.
Ma, al di là di certe troppo intense «affettuosità» giornalistiche, che forse imbarazzano anche il serio e riservato leader della Quercia, i laudatores di Fassino, nelle aspre polemiche interne all'Unione, seguite all'attacco dei prodiani ai Ds, non hanno messo affatto in rilievo l'imbarazzo, le oscillazioni e le reticenze del più forte partito del centrosinistra, seguite all'offensiva moralistica lanciata dal Professore e da Parisi, sull'onda dell'affaire Unipol. Con gli elogi, e rinunciando a incalzare criticamente la sinistra, la stampa amica non aiuta Fassino e D'Alema a comprendere che la questione è, in primis, politica. E, senza un progetto, credibile e autonomo, la Quercia rischia di essere travolta da un'ondata dirompente di estremismo parolaio e di disperazione impotente.
Invece di imbarcarsi in sterili ripicche con Rutelli - al quale il direttore dell'Unità Padellaro ha maliziosamente attribuito il piano di voler affondare Prodi e di sostituirlo con Mario Monti - per Fassino sarebbe molto più utile rileggere e meditare questo annuncio: «Costruiremo, in Italia, una forza politica riformista in grado di tenere assieme le principali correnti del riformismo italiano, un soggetto fondato sui valori di eguaglianza, solidarietà, giustizia e libertà, propri del campo progressista europeo». Questa esternazione la firmò proprio il leader diessino sull'Unità del 30 agosto 2003. Due anni dopo, con sincerità, Fassino dovrebbe spiegare ai suoi compagni e agli elettori progressisti i reali motivi che hanno fatto arenare, sugli scogli del «mar Prodinotti», l'ambizioso disegno di trasformare l'ex «partitone rosso» di Togliatti, Longo e Berlinguer in un’aperta, e non più settaria, formazione politica alla guida di una grande coalizione democratica. Come riuscì, in Francia, al socialista François Mitterrand, in Spagna al socialista Felipe González e in Germania al socialdemocratico Willy Brandt. Non a caso, questi grandi leader appartenevano alla tradizione del riformismo e della socialdemocrazia europea.
Ai vertici del Botteghino, invece, continuano a essere inamovibili gli eredi del vecchio Pci, già impegnati a contendersi le agognate poltrone più prestigiose, lasciando agli alleati della Margherita e dei cespugli dell'Ulivo modesti strapuntini. È questo uno dei motivi, non secondari, del perdurante smarrimento dei Ds e della rinuncia a candidare un proprio esponente di punta alla premiership, delegata all'ex demitiano Prodi. E finché questo nodo, quello cioè della effettiva fusione delle varie componenti, politiche e culturali, del riformismo italiano non verrà sciolto senza ambiguità, il timone della Quercia continuerà a oscillare, pericolosamente, tra la sterile indignazione di una forza minoritaria e massimalista e l'autentica credibilità di una matura forza di governo. E l'onesto e tenace Piero Fassino dovrà accontentarsi dei riconoscimenti, gratificanti ma effimeri, attribuitigli dai commentatori, che i suoi maestri del Pci avrebbero definito, con diffidenza e con mal celato astio, gli editorialisti «della grande stampa borghese, padronale e anti-operaia».