La Quercia contro Prodi: "O il governo cambia o ci porta alla rovina"

Il Botteghino si vendica con gli alleati accusando l’esecutivo

da Roma

Se un qualsiasi dirigente diessino tornasse da una vacanza all’estero di tre giorni in un luogo privo di giornali e media, e leggesse le dichiarazioni del senatore Massimo Brutti (autorevole esponente del suo partito) penserebbe sicuramente che si tratta di un falso: «La situazione - avvertiva infatti ieri Brutti - è drammatica. Questo governo non risponde alle domande che provengono dalla società. I salari perdono terreno mentre ci dicono che il Pil aumenta. E allora dove finisce tutta questa immensa ricchezza? O il governo cambia subito o ci porterà alla rovina». Il governo porta l’Italia alla rovina?
Il diessino reduce dal black out informativo, non sapendo quello che è successo nel suo partito dalla divulgazione delle intercettazioni in poi, si convincerebbe che si tratta di una manipolazione del centrodestra. E persino gli osservatori che dall’Italia non si sono mossi faticano a comprendere l’ultimo cambio di rotta nella Quercia, che adesso ha puntato gli obici dei suoi pezzi da novanta su Palazzo Chigi. Il motivo? Non ci vuole un indovino per intuirlo. Dopo il fuoco incrociato sui Ds per la diffusione delle intercettazioni Unipol, il Bottegino si è sentito «scaricato» dagli alleati e soprattutto dal premier. Il mal di pancia ha iniziato ad affiorare tre giorni fa nei retroscena, e nelle dichiarazioni off records, protette dall’anonimato.
Poi è emerso per la prima volta in chiaro, con l’intervento da caterpillar di un dirigente importate come Goffredone Bettini (nume tutelare di Francesco Rutelli prima e di Walter Veltroni poi) che ha messo i piedi nel piatto e ha fatto ricorso a tutto il suo sarcasmo: «Il Pd è una grande carta che non può coincidere con le sorti del governo, va rotto l’intreccio asfissiante che lo rende una dépendence del governo in affanno»: E quindi, dosando bene le parole: «Per tutto questo Prodi non può essere il capo del Pd. Ci fischiano tutti. Allora il programma di Prodi che aveva detto scontenterò tutti può dirsi esaurito». Feroce. Non meno di Antonello Cabras, fidatissimo di Piero Fassino, responsabile economico della Quercia, che è andato giù con il machete durante il vertice della Quercia: «O si cambia o moriamo tutti politicamente. O lo sforzo è corale oppure, se prevale il posizionamento parlamentare, è la fine».
Inutile dire che quello che dicono i «colonnelli» è condiviso fino all’ultima parola dai leader della Quercia, che hanno mantenuto solo un passo di prudenza in più, non nascondono il loro giudizio drastico sul modo in cui Palazzo Chigi ha gestito gli ultimi mesi di navigazione politica. Due giorni fa, per esempio, Fassino sembrava voler frenare rispetto a chi mordeva la briglia. Ieri, in una intervista all’Unità, aggiungeva i suoi paletti, sia per gli «scontenti» sia per Prodi: «So bene - dice il leader dei Ds - che c’è chi sostiene “Puntiamo sul Pd, se poi il governo ce la fa bene, altrimenti pazienza”. Ma questo - avverte Fassino - è un ragionamento che non regge. Governo, Prodi e Pd sono entità separate ma non separabili. È chiaro che l’azione del governo è una cosa e la costruzione del Pd un’altra e che ciascuna di queste dimensioni ha una sua autonomia. L’una però determina l’altra. Un’azione di governo efficace - concludeva il segretario della Quercia - renderebbe più forte la costruzione del Pd».
Non serve più nemmeno la lente del retroscena per scoprire che lo stesso Fassino continua a considerare il proprio ingresso al governo, magari nel ruolo chiave del ministero dell’Economia, come uno dei pochi correttivi possibili al declino dell’esecutivo. Ed è così palese, il gioco, che anche dirigenti di rango non lo negano: «È evidente che penso sia una buona cosa - dice a La Stampa Nicola Latorre - ma da quell’orecchio Romano non ci vuole sentire, piuttosto va via lui». E persino Roberto Cuillo, ex portavoce del segretario, uomo abituato a dosare le parole: «Prima della nascita del governo a Prodi fu fatto sapere che tanto i sindacati quanto Confindustria erano favorevoli a che quel ministero fosse affidato a Piero: avete visto com’è finità?». Già, perché su quella poltrona c’è salito un altro. E così il nuovo dilemma del premier è: morire per Padoa-Schioppa?