La Quercia in dissoluzione

Non sono solo le dimissioni di Nicola Rossi, l'economista dalemian-riformista, a svelare la spinta dissolutoria che investe i Ds.
Si consideri l'episodio del Torino Film Festival alla testa del quale Sergio Chiamparino voleva Nanni Moretti: una scelta, anche nelle dichiarazioni dell'autore di Ecce bombo in parte polemica con Walter Veltroni («A Torino sì che si bada alla sostanza più che alla forma») naufragata perché il vecchio tocco egemonico tipico del Dna comunista si sta esaurendo. A Milano, intanto, prosegue la guerra di potere tra «i ds riformisti» Filippo Penati, presidente della Provincia, e Antonio Panzeri, eurodeputato ex capo della Cgil milanese. A Napoli Antonio Bassolino per difendere il suo potere da un attacco con sponde di qualità anche tra i Ds, è arrivato a dire «Quando ho preso in mano la federazione del Pci di Napoli, c'erano alle porte i magistrati di Tangentopoli». Nelle regioni rosse prosegue il sordo scontro tra toscani del Monte dei Paschi ed emiliani delle Coop. Nella Cgil, il sindacato di categoria principe, la Fiom, titolare della leggenda della classe operaia, è guidato da Gianni Rinaldini, equidistante tra Ds e Rifondazione: gli uomini di Guglielmo Epifani e Piero Fassino hanno negli organi dirigenti Fiom meno del 30%. Il Riformista, organo di Emanuele Macaluso sotto la direzione di Paolo Franchi, si è lanciato in un duro attacco a Anna Serafini, autorevole senatrice Ds, per le sue posizioni di mediazione tra laicisti e cattolici.
Il problema non è l'asprezza del dibattito: fa parte della vita dei partiti di tutte le società occidentali. Ma il fatto che si sta logorando il vincolo che teneva insieme i militanti (e gli eletti): sinora sono bastate la comunanza di una storia, e la forza di un'organizzazione che (anche nella difesa dei vari interessi in gioco) faceva premio sulle ampie falle della «storia» dei postcomunisti. Oggi non più. E c'è anche un problema di leadership. Al momento tra i Ds ci sono tre leader. Quello riconosciuto dalla base, Massimo D'Alema, che è però «all'estero» e non ha voglia di impegnarsi a guidare le truppe. Anche i suoi contributi personali (a parte quelli nella pur fondamentale politica estera) sono più espressione di un sistema di potere (vedi il recente convegno della Fondazione Italianieuropei a Sesto San Giovanni) che di sforzo elaborativo. C'è poi il leader di diritto, il segretario: un Piero Fassino sempre più spompato, che ha subito l'esclusione dal governo decisiva nell’abbassarne definitivamente il profilo politico, e che alle idee ha sempre sostituito l'impegno organizzativo. Ma neanche lui può vivere tutta una vita di corsa. C'è infine il leader scelto da Carlo De Benedetti, Veltroni, che come il solito non fa battaglie politiche ma aspetta che tutto gli caschi in mano in mancanza di alternative.
È evidente come l'unica soluzione possibile sia ormai quella del partito democratico: ma a questo sbocco i Ds rischiano di arrivare più come l'esercito di Pirro che come condottieri vincitori. Un'avvertenza: il centrodestra farebbe male a trarre da questo quadro la convinzione che le prossime amministrative, visto sbando Ds e diffusa ostilità verso il governo, saranno una passeggiata. I Ds, proprio per il loro stato in via di dissoluzione, sono un ottimo contenitore per tutte le forze economico-bancarie-editoriali che non hanno progetti politici ma forti ambizioni di potere. Le elezioni locali sono e restano locali: e il potere consolidato è decisivo per vincerle, se chi gli si contrappone non ha visione, uomini di governo e progetti concreti ma rappresenta solo una protesta.