La Quercia e quel patto violato

Fabrizio Cicchitto
Dopo che la Banca d’Italia ha bocciato la scalata di Unipol a Bnl sono più chiari i motivi che hanno scatenato il più duro scontro al vertice dei poteri economici e politici dai tempi di Tangentopoli. Allora la rivoluzione giudiziaria fu portata avanti dal nucleo politicizzato e militante della magistratura per affermare il suo potere e la sua egemonia, collegata a gruppi economico-finanziari che volevano liquidare la classe politica del pentapartito.
Il Pds di Occhetto e di Violante svolse il ruolo di «boia» delle Procure, e portò avanti sul piano politico il lavoro di distruzione della Dc, del Psi e dei partiti laici avviato sul piano giudiziario. Ci fu una sorta di divisione del lavoro fra il Pds e le Procure, un accordo sostanziale per la spartizione delle aree di influenza: il Pds-Ds poteva impadronirsi di tutto il potere politico possibile e sarebbe stato aiutato di fronte ad ostacoli imprevisti (l’imprevisto fu Berlusconi e per questo gli fu scatenata addosso un’offensiva giudiziaria devastante fondata su 93 avvisi di garanzia).
Il patto, però, era preciso: il Pds manteneva anche il suo retroterra economico (cioè la Lega delle Cooperative, malgrado che le sue imprese fossero state coinvolte da Tangentopoli) ma doveva difendere la magistratura a livello politico («il partito dei giudici») e rispettare l’egemonia di precisi gruppi economici-finanziari. Ad un certo punto i Ds hanno deciso di ampliare il loro potere economico-finanziario facendo leva sulla loro originaria struttura economica, cioè la Lega delle Cooperative, e sulla debolezza del tradizionale establishment. Di qui il tentativo di Unipol di scalare Bnl. Per realizzare questa operazione è stato utilizzato un esperto finanziario come Consorte che a sua volta si è collegato alla rete economico-finanziaria imperniata su Gnutti e Fiorani.
Si intrecciano così, con forti collegamenti e reciproci aiuti, due cordate: quella della Lega delle Cooperative guidata da Consorte e Sacchetti che scalava la Bnl e quella di Fiorani e di Gnutti che scalava l’Antonveneta. Entrambe avevano rapporti con Fazio che a sua volta aveva il disegno di salvare l’italianità del nostro sistema bancario. Adesso i diesse non possono fare troppo gli spiritosi affermando che Berlusconi è socio di Gnutti. Tutti ricordano (vedi il libro di Pons-Oddi, L’affare Telecom) che la presenza finanziaria a livelli minimi di Mediaset e di Fininvest in Olivetti avvenne solo per avere una presenza finanziaria in una realtà dalla quale poteva decollare anche una terza rete televisiva, che invece era sponsorizzata dai Ds. Invece D’Alema, Bersani e Fassino ricordano bene che Gnutti fu il principale «compagno di lotta» di Colaninno in quella scalata della Telecom che ebbe aspetti molto avventurosi e che poté avvenire solo perché il governo D’Alema all’epoca la favorì in molti modi. In primo luogo non ponendo la golden share per bloccare l’operazione. Questo fu il giudizio che D’Alema diede della «rude razza bresciana» di imprenditori organizzata da Colaninno e da Gnutti: «Non siamo davanti ad una misteriosa finanziaria lussemburghese. Si tratta di un gruppo di manager ben noti che hanno fatto Infostrada e Omnitel. Forse stanno facendo il passo più lungo della gamba. Allo stato delle cose consentitemi di apprezzarne il coraggio». Successivamente sul piano industriale-finanziario l’operazione Telecom si rivelò molto fragile e stava per andare a rotoli perché la «rude razza bresciana» non si rivelò all’altezza di gestire una grande impresa di telecomunicazioni. Gnutti impose ad un Colaninno recalcitrante la vendita a Tronchetti Provera.
Un settore del gruppo dirigente dei Ds ha pensato che la debolezza dell’establishment consentisse di poter allargare alla Bnl il suo retroterra finanziario già di tutto rispetto perché fondato sulle aziende della Legacoop, sull’Unipol e sul Monte dei Paschi. Se riusciva il colpo i Ds avrebbero controllato le due banche e avrebbero consolidato la loro egemonia nel centrosinistra: di qui l’entusiasmo di Fassino di fronte alle comunicazioni di Consorte («Abbiamo una banca!»). A quel punto, però, si è scatenata la risposta dell’establishment finanziario tradizionale, che è in crisi e ingessato, ma ha ben due «armi di distruzione di massa»: alcuni autorevoli quotidiani (il Corriere della Sera, Repubblica, il Sole 24 Ore e La Stampa) e un pezzo della Procura di Milano. Per di più i protagonisti operativi sul campo finanziario erano molto discutibili: l’asse Consorte-Fiorani-Gnutti, i «furbetti del quartierino», aveva mille punti deboli e Fazio ha pagato le conseguenze dell’avventurismo di Fiorani. La reazione dell’establishment è stata durissima. I Ds sono in grande difficoltà. Per ricomporre un centrosinistra allo sbando, i Ds gridano «all’offensiva della destra». In realtà sono stati pugnalati alla schiena da un settore della Margherita collegato a sua volta a quotidiani e a poteri finanziari ben precisi. In sostanza ai Ds è stato detto che essi non possono a nessun costo superare certi confini sul terreno economico-finanziario. A nostro avviso, per molte ragioni, l’affaire è ancora suscettibile dei più vari sviluppi, specie se la Procura di Milano «accende un faro» sulla Telecom. Del resto la cifra di 50 milioni di euro (100 miliardi di vecchie lire) fatti pervenire da Gnutti a Consorte e a Sacchetti per le loro «consulenze» sulla Telecom ha una consistenza maggiore di quella che riguardò la cifra destinata a tutti i partiti in seguito all’acquisto della Montedison da parte dell’Eni, l’operazione Enimont appunto. Ma allora si trattava di una tangente, questa volta invece di una consulenza.
* vicecoordinatore nazionale di Forza Italia