La Quercia esplode, le Camere pagano. Il conto è di mezzo milione all’anno

Roma - A Palazzo Madama, fa sapere Salvi, «i dieci senatori necessari per costituire un gruppo parlamentare già ci sono». E alla Camera, confida ottimista ai suoi colleghi Mussi, «potremmo anche arrivare a 24-25 deputati», ben oltre il limite di venti previsto - seppure con una certa flessibilità - dal regolamento di Montecitorio. Insomma, la diaspora dei Ds è pronta a istituzionalizzarsi, con conseguenze non solo politiche ma anche economiche. Già, perché al di là dei contributi in denaro, dei locali, delle attrezzature informatiche e della possibilità di contrattualizzare un discreto numero di collaboratori «esterni», la costituzione di un gruppo comporta la possibilità di partecipare ai question time in diretta tv e, soprattutto, la nomina di un capogruppo e di un segretario di presidenza. Che, di fatto, contribuiscono a dettare l’agenda politica (con la calendarizzazione dei provvedimenti) ed economica (con le decisioni sugli appalti) di Camera e Senato. Il tutto in una situazione che dopo la deroga di Bertinotti - a inizio legislatura diede il via libera alla costituzione dei gruppi di Udeur, Verdi, Pdci, Rosa nel pugno e Dc-Nuovo Psi nonostante fossero sotto quota venti deputati - soprattutto a Montecitorio rischia di diventare esplosiva. Grazie alla dispensa presidenziale, infatti, la maggioranza conta sette gruppi (ci sono anche Ulivo, Prc e Idv) contro i cinque dell’opposizione (Forza Italia, An, Lega, Udc e, appunto, la Dc-Nuovo Psi), con il gruppo misto che presieduto dal governativo Brugger (Svp) allarga di fatto la forbice a otto contro cinque. E quando nascerà il gruppo di Mussi (Spini si è candidato a fare il capogruppo anche se il Correntone preferirebbe la Bandoli) il rapporto sarà di nove a cinque. Con l’opposizione che di fatto sarà in decisa minoranza sia nella capigruppo sia nelle decisioni dell’ufficio di presidenza. Nel quale, per capirci, Bertinotti non sarà più costretto a votare anche lui come dovette fare lo scorso maggio proprio per far passare la famosa deroga. Non è un caso che qualcuno abbia sussurrato a Berlusconi l’idea di far transitare venti dei 133 deputati di Forza Italia in un nuovo gruppo ad hoc, proprio per cercare di riequilibrare la situazione.
Alle conseguenze politico-parlamentari, dicevamo, si aggiungono anche quelle economiche. Le delibere delle presidenze delle Camere in materia di sovvenzioni ai gruppi, infatti, premiano maggiormente i medio-piccoli. Per capirci: fino a venti deputati vengono elargiti circa 1.960 euro al mese a onorevole, da 21 a 50 si scende a circa 1.300 e via a calare. Insomma, un gruppo di 20-24 deputati incassa oltre 500mila euro l’anno. L’Ulivo, invece, dopo la diaspora dovrebbe perdere oltre 300mila euro, con un cospicuo aumento dei costi per l’amministrazione della Camera (circa 200mila euro in più). C’è poi la fetta più appetitosa della torta, cioè i contributi del personale utilizzato dai gruppi (a cui vengono garantiti anche i locali e le apparecchiature, dalle fotocopiatrici ai computer). La cifra «per dipendente» non è mai stata quantificata ma secondo gli «addetti ai lavori» arriva a circa 70mila euro l’anno. E visto che un gruppo da 20-24 si aggira intorno ai dieci addetti, i conti sono presto fatti: più o meno 700mila euro l’anno.
Discorso simile vale per Palazzo Madama, dove l’amministrazione ha già fatto un primo bilancio. Un nuovo gruppo da dieci senatori come sarebbe quello di Salvi andrebbe a incassare 402mila euro l’anno di contributi contro i 168 che verrebbe a perdere l’Ulivo (con un aumento per i costi di 234mila euro). A cui vanno aggiunti i 143.955 euro che prenderebbero per la cosiddetta struttura di supporto (cioè gli estranei all’amministrazione) contro i 71.977 che perderebbe l’Ulivo. Con un passivo di 71.978 euro che si va ad aggiungere ai 234mila euro di contributi. Insomma, il nuovo gruppo della Sinistra democratica comporterà per il Senato un aumento dei costi di oltre 300mila euro. Che non andrà a pesare sulle casse dello Stato, visto che la cifra dovrà essere recuperata all’interno del bilancio di Palazzo Madama. Chissà, potrebbe essere l’occasione per ritoccare il costo dell’espresso alla bouvette. Che al Senato costa solo 50 centesimi contro i 70 della Camera.