Alla Quercia servirebbe Hitchcock

Ogni giorno che passa cadono nuovi macigni sulla strada che porta al famoso Partito democratico. Si staccano dalle montagne rocciose delle grandi culture politiche che ancora oggi governano tutte le società europee. C’è un simpatico tris di «americani» che spingono più di ogni altro ad accelerare questo parto distocico. Uno anziano e due più giovani. Giuliano Amato, Francesco Rutelli e Walter Veltroni. Il primo ha un suo antico profilo politico, quello socialista, ma da sempre è anche l’uomo politico italiano che ha più legami con ambienti culturali e finanziari degli Stati Uniti. Ed oggi nella sua azione prevalgono questi ultimi. Gli altri due sono i candidati di Carlo De Benedetti. Entrambi hanno un passato politico sfumato o variopinto e quindi sono i candidati ideali per chi vuole un partito che rappresenti in prevalenza la grande finanza e alcune consorterie internazionali incorniciate in una mitologia romantica e caramellosa della politica. Nessuna offesa per le persone, naturalmente, peraltro apprezzabili per molti altri aspetti, ma la politica è cosa diversa da quelle élite economico-finanziarie che da quindici anni tentano di avere nelle mani il governo del Paese. È lo stesso establishment di cui parlava qualche giorno fa Ernesto Galli della Loggia sostenendo che senza di esso non è possibile governare. Giusto, ma è un errore uguale e contrario immaginare che un grande Paese possa essere governato solo da quell’establishment cancellando ogni identità politica. Un tentativo, questo, che arriva da lontano. Da quando nel 1994 tutto l’establishment italiano (i giornali, i sindacati, i magistrati, i grandi imprenditori e le istituzioni finanziarie) sostenne la famosa macchina da guerra di Achille Occhetto. Dopo dodici anni di profonde spaccature nel Paese questi tentativi dovrebbero essere definitivamente messi da parte. E invece no, si continua ad insistere. E che il Partito democratico sia solo il frutto di un esperimento da laboratorio lo dimostra, tra l’altro, una banale considerazione di fondo. Se politicamente fossero componibili in un solo partito gli ex comunisti e gli ex democristiani con il contorno di umanità varia e con una spruzzatina di socialismo, perché un processo simile non è stato avviato anche tra la Cgil, la Cisl e la Uil? La loro presenza nel mondo del lavoro ha sempre rispecchiato le tre grandi culture politiche, quella democristiana, quella comunista e quella socialista, che non a caso attivarono alla fine degli anni Quaranta la rottura della Cgil di Giuseppe Di Vittorio. Se le loro radici politiche sono ormai diventate sterili, tanto da suggerire un partito unico, perché, allora, non si avvia un analogo processo per giungere ad un sindacato unico con la fusione delle tre maggiori sigle sindacali? Provate a chiedere ad Epifani, a Bonanni e ad Angeletti di unificarsi e vedrete cosa vi risponderanno. E se anche loro fossero, per ipotesi, disponibili sarebbero i lavoratori a farli correre tanto da fare apparire i fischi di Mirafiori poco più che una carezza affettuosa. Per non parlare delle crescenti distinzioni tra quegli ambienti culturali che sono da sempre i mondi di riferimento del vecchio Pci, del Partito popolare italiano e del socialismo democratico.
Un’operazione, dunque, quella del futuro Partito democratico messa sulle spalle degli apparati dirigenti dei Ds e della Margherita senza alcun collegamento con le forze reali presenti nella società italiana.
Il primo frutto avvelenato di questa operazione è stata una Finanziaria mostruosa che mette in ginocchio l’Italia tutta come dimostrano le proteste delle università e che è priva di qualunque progetto politico. E non poteva averlo, visto che nessuno ne riconosce la paternità a cominciare dagli attuali ministri. Anzi, nessuno sa chi l’ha scritta come dimostra il famoso comma che annulla di fatto tutte le responsabilità degli amministratori locali per i danni erariali. Chi è dunque l’assassino che ha scritto col sangue degli italiani gli oltre 1.300 commi della Finanziaria? Il «giardiniere» Visco, dedito da sempre a coltivare i fiori più strani nel giardino fiscale del Paese o il distinto banchiere posto alla guida dell’economia che in un giallo di Hitchcock sarebbe un perfetto maggiordomo di Palazzo Chigi e quindi il primo sospettato? Parla inglese, è impassibile e riservato e nell’ombra può lui avere assassinato il Paese. Ma entrambi negano e allora chi può essere stato? Mistero. E misteriosi sono i veri ispiratori del Partito democratico, forze potenti che non si lasciano mai vedere e mai votare e che stanno da tempo producendo macerie e insopportabili diseguaglianze sociali a danno innanzitutto di quel ceto medio che da sempre è l’architrave della nostra democrazia.