Quesito impertinente: i libri si pesano o si contano?

«Buongiorno. Sono un best seller invisibile. Mi chiamo Dolci da forno. Insieme con i miei colleghi della collana “Delicatezze in cucina” ho venduto 599mila copie, ma nessun giornale ha mai parlato di me e non sono mai entrato in una classifica». Se potessimo fare un’intervista impossibile, queste sarebbero le dichiarazioni di uno dei milioni di libri venduti ogni anno in Italia che sfuggono al sistema di rilevazione delle vendite.
La verità è che in Italia si comprano e si leggono molti più libri di quanto le statistiche registrano. Invece, per quello strano meccanismo che fa del masochismo lo sport nazionale più praticato, continuiamo a dire che l’Italia è il fanalino di coda in Europa, che siamo un popolo di ignoranti non lettori eccetera. Gian Arturo Ferrari, grande capo dei libri Mondadori, lo ripete in ogni occasione: il mercato editoriale è florido, noi editori facciamo dei bei soldoni, l’importante è lavorare sui bambini che sono i lettori del futuro. Gli addetti ai lavori lo sanno che le cose non vanno così male, ma c’è una sorta di snobismo intellettuale per cui si chiama «libro» solo il testo letterario o la saggistica.
Mentre grandi aree come la manualistica o i cosiddetti «libri utili», per non parlare di quelli per bambini o dell’editoria religiosa (la Bibbia è il volume più venduto ogni anno, ma non s’è mai visto in una classifica), scompaiono misteriosamente dalle top ten.
Di questa anomalia ha parlato Bruno Mari, direttore editoriale della Giunti, alla quarta edizione del forum «Passaparola» di Cagliari, organizzato dai Presidi del Libro. Dice Mari (che tra parentesi è l’editore del volume intervistato all’inizio): «C’è in Italia una dittatura della cultura umanistica, una forma di arroganza che io non condivido. I lettori degli altri libri sono forse italiani di seconda categoria?».
Evidentemente sì, ma la provocazione è destinata a cadere nel vuoto. Almeno finché si continuano a rilevare i dati soltanto nelle librerie, dove si vende appena il 40 per cento dei libri totali. In verità gli italiani ormai comprano nelle edicole, nei supermercati, alle Poste, nei grandi magazzini, nelle bancarelle, ai remanders. I libri di seconda categoria destinati ai lettori di seconda categoria, rappresentano dunque la parte più consistente del fatturato.
Ma si vede che in Italia, secondo il criterio con cui misurava le azioni Enrico Cuccia, anche i libri si pesano e non si contano.
caterina.soffici@ilgiornale.it