Questa estate senza vergogna Ecco la moda del pinocchietto

È il capo di abbigliamento più ridicolo del guardaroba: una via di mezzo
tra pantalone lungo e bermuda a mezza coscia. Eppure milioni di uomini
lo indossano convinti di essere <em>trendy</em>. Invece sono solo cafonal

Pare che dal Paradiso dei burattini sia già partita una querela, a firma Pinocchio. Motivo del contendere, il nome di un pantalone che è la quintessenza della ridicolaggine: pinocchietto, appunto.
Per chi non l’avesse presente, parliamo di quella braghetta appena sotto il ginocchio che fa tanto pescatore tristanzuolo. Se il pantalone lungo di lino bianco è per l’uomo che non deve chiedere mai, il pinocchietto è per l’uomo che deve chiedere sempre. Insomma, l’emblema del perdente che continuerà a perdere non in quanto perseguitato dalla sfortuna, ma perché punito dalla propria imbarazzante mancanza di senso estetico.

Il pinocchietto, ad esempio, è strutturalmente incapace di star bene addosso a chicchessia, foss’anche un giovanotto dal fisico palestrato; figuriamoci se poi l’obbrobrio è indossato da un comune sfigato. Categoria alla quale non appartiene Rino Gattuso che tuttavia - per colpa del suo pinocchietto grigio topo (con l’aggravante dei laccetti ad altezza polpaccio ndr) - ha fatto a Montecarlo una figura peggiore di quella rimediata in Sudafrica con Lippi e compagnia azzurra.

Ma cosa ha combinato il popolare Ringhio? Niente di grave: si è solo presentato all’ingresso di un ristorante esclusivo, sfoggiando un pinocchietto col quale avrebbe avuto difficoltà a entrare perfino a Milanello. Particolare ancor più grave: nell’occasione il difensore del Milan era al fianco di Monica, sua moglie, elegantissima. Ma come - dico io - tua moglie si mette in ghingheri e tu ti metti il pinocchietto?
Tutta colpa dell’intrinseca filosofia compromissoria di cui è portatore il pinocchietto, che ha la vana pretesa di essere casual e sportivo al tempo stesso, risultando invece semplicemente inguardabile. Un errore che nell’estate cafona (ma ormai sono cafoni pure inverni, autunni e primavere) commettono milioni di uomini di ogni età, cultura e religione. Attenzione, qui non si tratta di una distinzione di classe (tra chi ha i soldi e chi non li ha), ma semplicemente di una distinzione di classe (nel senso di stile).

Ma l’avete visto Gianfranco Fini al mare con il pinocchietto? Ecco, ora qualcuno dirà che rompiamo le scatole al presidente della Camera perfino sul pinocchietto solo perché siamo i soliti servi di Berlusconi. Dite pure, ma le foto di Fini pinocchiettato parlano da sole. Ma è possibile che la terza carica dello Stato vada in giro vestita in quel modo? Certo, Bossi in versione canottierata fa anche peggio (per non parlare della felpa con la scritta «Padania» e i pantaloncini corti a righe del ministro Calderoli), ma si sa che il popolo leghista è fuori classifica in quanto - diciamo così - antropologicamente naif.

Non che vada meglio con i vip dello star system: a cadere sul pinocchietto sono stati in tempi passati pezzi grossi come Robert De Niro, Jack Nicholson, Russell Crowe e Brad Pitt; mentre, in tempi più recenti, il virus della pinocchietteria ha infettato anche una variegata fauna di vip nostrani: da Flavio Briatore a Clemente Mastella, da Giorgio Armani ad Antonio Di Pietro. E via truzzando. Tutti orgogliosi di mostrare stinchi afflosciati e gambe tozze che più afflosciati e tozze non si può. Già, perché tra le diaboliche controindicazioni del pinocchietto c’è anche quella di un imbarazzante effetto-tafazi: vale a dire che se hai una gamba lunga e turgida, il pinocchietto te la trasforma istantaneamente in corta e molliccia.

In queste condizioni mettere ai piedi scarpe da ginnastica, ciabatte, infradito, zoccoli o sandali non cambia nulla. L’unica soluzione per evitare la vergogna è allungare il passo e sparire alla vista altrui.