"Questa è l’ora della svolta. Anche i governi devono mettere mano al portafogli"

Il segretario della Uil: "Servono politiche di espansione". Le resistenze della Cgil? "Il mondo non si ferma per loro"

Roma - Luigi Angeletti, stiamo veramente andando incontro a una crisi che ci impoverirà tutti?
«Per affrontare i problemi bisogna prima capire quali sono quelli più importanti».

E dove è il bandolo della matassa?
«Abbiamo già perso migliaia di posti di lavoro e la prospettiva è di perderne altri. Nessuno può stabilire quanti, né quanto sarà lunga la crisi, ma è certo che gli effetti li sentiranno soprattutto quelli che perderanno il lavoro».

E gli altri?
«Il paradosso è che dal punto di vista dei redditi le aspettative non sono negative perché i prezzi dovrebbero diminuire per effetto dei cali del petrolio».

Quindi anche la crisi ha i suoi aspetti positivi?
«Un momento. Se calano troppo i prezzi significa anche che l’economia va male e che stiamo perdendo posti di lavoro».

Un cane che si morde la coda. Quali strumenti si devono mettere in campo per i disoccupati?
«Allargare gli ammortizzatori sociali anche ai settori esclusi. E per evitare che le aziende ne approfittino, affidarne il controllo a enti bilaterali, composti da rappresentanti dei datori e dei lavoratori. Bisognerà estenderli anche ai contratti a termine. La strada maestra è fare in modo che per un po’ non siano licenziati, ma sospesi e che ricevano un’indennità e un’integrazione da usare per la formazione professionale».

Ha parlato dei precari. I giovani lavoratori a termine o gli atipici pagheranno più degli altri?
«Bisogna essere chiari, il lavoro non lo crea una legge. E non si occupa come i posti auto di un parcheggio. Il lavoro si crea e, purtroppo, si distrugge, secondo un’unica regola: se ne vanno le aziende che fanno prodotti o servizi che non vendono. Conta poco il tipo di contratto. È ad esempio prevedibile che ci sarà un ricorso maggiore al prepensionamento. E che si cercheranno di mandare a casa lavoratori tipici. Persone ancora in grado di dare un contributo».

Quali sono le ricette che propone il sindacato?
«Nessun miracolo. Il sindacato può fare poco, ma i governi dei Paesi colpiti dalle crisi dovranno mettere mano al portafogli nella maniera più intelligente possibile. Fare una politica anticiclica. Adesso lo dicono tutti. Anche il Fondo monetario internazionale, che ha invitato per la prima volta i sindacati a un vertice».

Ha detto che i sindacati non possono fare molto. Ma voi, Cgil esclusa, avete chiesto con forza di accelerare la riforma dei contratti...
«Bisogna portarla a conclusione».

Vuole dire che la farete veramente?
«Senza ombra di dubbio. Ed è coerente con quello che ho detto. Usciremo dalla crisi solo se avremo aziende più competitive e quindi più produttive. Il momento di legare salari e produttività è adesso. A meno che non ci si voglia limitare a contare i disoccupati».

Un riferimento alla Cgil?
«Noi siamo stati fin troppo pazienti».

E chiuderete la riforma anche senza loro?
«Certo. Non possiamo fermare il mondo perché non sanno che cosa fare».

Il segretario della Cgil Epifani ha detto che il governo finora ha aiutato solo le banche...
«A me non risulta che il governo abbia dato un euro a nessuno, se non ai destinatari della carta sociale».

Il segretario della Cisl Bonanni ha criticato la Cgil perché ha già indetto un nuovo sciopero...
«Più d’uno. Già il 13 febbraio c’è una protesta della Fiom e del pubblico impiego Cgil. Ma io non sono meravigliato».

A proposito, gli appelli del Papa e del presidente della Repubblica sul lavoro sono piaciuti a tutti. A lei, ma anche a Epifani...
«Certo, partono dal presupposto che per uscire dalla crisi bisogna mettere da parte gli interessi di parte. Ora la Cgil può anche dire che gli sono piaciuti quei discorsi, ma allora io non capisco perché non voglia fare accordi con questo governo. Mica ce n’è uno di scorta...».

Ieri Epifani ha riconosciuto alcune ragioni del ministro Giulio Tremonti.
«La prova del nove non sta nelle parole, ma negli accordi. Bisogna che la Cgil capisca che sono sempre dei compromessi».

Lei è un laico, ma ha apprezzato le parole di Benedetto XVI. Si è convertito?
«No, ma ci ho trovato il senso delle cose, della vita. Il lavoro come parte integrante della condizione umana. Nessuna invasione di campo. Poi io non mi scandalizzo quando il Papa parla di morale, figuriamoci se non lo apprezzo quando dice cose che condivido sul lavoro».