«Questa manovra farà chiudere le università»

Mussi ammette: «Stiamo sbagliando». An: «Se non recupera i fondi, si dimetta»

Francesca Angeli

da Roma

Aule gelide perché prive di riscaldamento. Bagni chiusi visto che non ci sono i soldi per pagare le bollette dell’acqua. Niente carta per le fotocopie. Rischia di cominciare così il tramonto degli atenei italiani: dalla privazione degli elementi indispensabili alla vita quotidiana fino ad arrivare alla chiusura per mancanza di fondi.
È un quadro fosco quello dipinto dal presidente della Conferenza dei Rettori (Crui), Guido Trombetti, nella sua relazione annuale sullo stato delle università. Il j’accuse è rivolto alla politica dei tagli del governo Prodi. Con questa Finanziaria e con il decreto tagliaspese, denunciano i rettori, «si cancella il futuro dei nostri giovani». E anche il ministro dell’Università, il diessino Fabio Mussi, è costretto ad ammettere non soltanto che «gli enti di ricerca sono a rischio di chiusura» ma pure che il taglio del 20 per cento dei consumi intermedi previsto dalla Finanziaria «è un errore madornale che provoca danni molto pesanti a fronte di vantaggi esigui».
Davanti ad una platea di professori e ministri, oltre a Mussi anche Alessandro Bianchi (Trasporti) e Luigi Nicolais (Riforme), Trombetti non esita a bocciare la Finanziaria, insistendo sulla necessità di intervenire. «Si è superata la linea d’ombra ma dopo non c’è il mare calmo di Conrad, c’è il baratro - dice Trombetti -. La legge Bersani è uno schiaffo in faccia agli studenti e ai professori: è punitivo e privo di logica. Gli atenei quest’anno rischiano di non poter pagare gli affitti, le aule, gli strumenti didattici, persino l’acqua. Manca il denaro per il quotidiano». La legge Bersani viene paragonata a una «taglia» per far tornare i soldi nelle casse del Tesoro impedendo così alle università di chiudere i bilanci. Scelte tanto più discutibili da parte di un governo che prima delle elezioni aveva segnalato come parte qualificante del proprio programma il rilancio dell’istruzione e il potenziamento degli atenei, promettendo sostanziosi investimenti nel settore della ricerca. Invece ora il governo prende la direzione contraria.
«Sappiamo che i conti del Paese impongono sacrifici ma non ci aspettavamo di vedere aumentare il livello di difficoltà», spiega Trombetti, che poi elenca le cifre del disastro. Col decreto Bersani si tagliano 250 milioni di euro già destinati agli atenei. «Ora il fondo di finanziamento ordinario è praticamente assorbito per intero dagli stipendi del personale - spiega il presidente della Crui -. Se si volesse tornare al punto di partenza di cinque anni fa nel 2001 ci vorrebbe un miliardo di euro in più. Con l’1,1 per cento del Pil destinato alla ricerca siamo molto lontani dall’obbiettivo del 3 per cento dell’Agenda di Lisbona ed ampiamente distaccati da quasi tutti i Paesi europei». Oltretutto i tagli intervengono in una situazione già difficile visto che l’Italia spende per uno studente 7.241 euro contro i 9.135 della Francia e 9.895 della Germania.
Mussi ribadisce che questo sarà «un anno magro» ma promette di impegnarsi affinché gli enti di ricerca vengano esclusi dall’articolo 53 della Finanziaria. Nessuna speranza invece per la riduzione del 20 per cento sui consumi intermedi. «Se i tagli all’università restano Mussi deve dimettersi», attacca il senatore di Alleanza Nazionale, Giuseppe Valditara. «Il ministro aveva dichiarato già nel luglio scorso che se non fosse riuscito a togliere l’applicazione del decreto Bersani al suo settore si sarebbe dimesso - ricorda -. Ora l’ultima campanella per lui suonerà al Senato: o si riesce insieme a individuare le risorse adeguate per evitare questa misura dannosa per lo sviluppo del sistema universitario italiano o Mussi deve dimettersi come ha promesso».