Questa è Milano dai Lumi alle fabbriche

Come Parigi. Anzi no: un capoluogo quasi sempre trascurato dalle cronache di chi, fino al secolo scorso, si accingeva a intraprendere il Grand tour. Eppure, proprio per questo, un luogo capace di regalare inaspettatamente suggestioni smagate e imprevedibili. Milano è una seconda Parigi (Sellerio, pagg. 272, euro 10) è la storia di una città che non c’è più. A firmarla, in un’antologia d’autore, è il meglio della letteratura degli ultimi secoli: da Charles Dickens a Hermann Melville, da George Eliot a Oscar Wilde, passando per Henry James ed Edith Wharton.
Alla tradizione meneghina è dedicato anche il libro di Marta Boneschi, Milano, l’avventura di una città (Mondadori, pagg. 428, euro 20). Si parte dal secolo dei Lumi (e, tra gli altri, c’è il conservatore Gabriele Verri, padre dei due fratelli Pietro e Alessandro, dell’Accademia dei Pugni) per arrivare alla strage di Piazza Fontana.
La fine della città della borghesia e l’inizio di una nuova metropoli più frammentata sono i due temi del nuovo saggio del sociologo Aldo Bonomi. Milano ai tempi delle moltitudini (Bruno Mondadori, pagg. 416, euro 26) racconta una città suddivisa in cinque cerchi: il primo, che un tempo si sarebbe definito dei «padroni», ospita ora la neoborghesia dei flussi finanziari che lavora nella città ma non la vive più; il secondo è animato dal commercio; ci sono poi quelli della classe operaia e dei professionisti legati al design. Infine, il quinto girone, fuori le mura della città: una fabbrica a cielo aperto in cui si continuano a produrre le merci, animata dal lavoro dei manovali. Come a dire: la classe operaia non va in paradiso, ma c’è ancora e continua a lavorare.