«A questa Milano serve un “maestro del gusto”»

L’Expo deve servire a portare le eccellenze italiane nel mondo

È tornato con mille progetti realizzati. È Gavino Sanna, guru della pubblicità italiana, l’allievo di Andy Warhol alla New York University, colui che ha vinto 7 Clio (Oscar della pubblicità in America) e 7 Leoni a Cannes. Si era ritirato a scrivere libri e produrre vino (nelle valli di Sant’Anna Arresi dove la sua azienda «Cantina Mesa» coltiva vitigni autoctoni, Cannonau e Carignano del Sulcis). Collabora attualmente anche con il settimanale Vita, dove esercita l’altra sua passione: la caricatura, in particolare quella politica. È tornato “in scena” e ha voglia di parlare: su Milano non ha peli sulla lingua.
Cosa significa l’Expo per Milano?
«Spero che l’Expo non sia come l’Araba Fenice... Tutti in realtà la stiamo aspettando, ci aspettiamo un qualcosa di meraviglioso, però io, da ormai milanese, la vivo come una cosa che poteva esserci stata anche prima insomma... Io sono arrivato qui da ragazzino e per me Milano è la madre creatrice. Quindi Milano dopo aver dato vita a tutti, si riprende queste vite fatte di entusiasmo, ma soprattutto quelle dei non milanesi. Io dalla Sardegna ero venuto per fare il pubblicitario e quindi mi sono messo in fila, in questo antro creativo fantastico di Milano. Poi, piano piano tutto questo negli anni è andato perduto e Milano è diventata una sorta di tappezzeria. Adesso improvvisamente c’è l’Expo e quindi abbiamo ricominciato a sognare. Perché io la Milano che volevo e desideravo sono andato a disegnarla a New York, dove ho lavorato per 20 anni. La mia speranza da vecchio è la riproposizione di una Milano che rappresenti l’Italia in modo fantastico. E il modo giusto per realizzarlo e che ognuno di noi faccia un pezzettino, che scenda in campo facendo quello che è capace di fare al meglio. Per parafrasare uno “parola d’ordine” che ha fatto storia: non chiedere quello che Milano può dare a te, ma quello che tu puoi dare a Milano».
Milano diventerà più internazionale con l’Expo?
«Be’, è la speranza di tutti questo. Ma comunque non è questo il punto. Non è importante che qualcuno ci dica cosa noi dobbiamo fare o essere. Noi dobbiamo, con le nostre risorse, cercare di arrivare al centro del mondo».
L’Expo sarà davvero un’occasione per molti nuovi posti di lavoro?
«Sembrerebbe così, però non ci metto la mano sul fuoco. Bisogna capire che l’Expo non dovrebbe essere un pretesto per costruire un qualcosa, tipo uno stadio, che dopo l’evento non servirà più. Bisogna costruire qualcosa che anche dopo l’Expo serva al nostro Paese, che serva ad avere una Milano più bella, più collaborativa e più internazionale».
Come vede oggi Milano?
«È terribile. Anche se qualcosa politicamente è cambiato. Credo che i politici debbano approfittare di questo momento e cambiare le cose. In questo senso Milano potrebbe essere l’esempio al resto d’Italia. A Milano ci vorrebbe un “medico del gusto” in realtà. Oscar Farinetti, un mio amico, al Lingotto di Torino ha creato Eataly: un nuovo progetto basato sull’idea che il nostro cibo, che è fantastico, deve essere esportato. Infatti questi cibi italiani prelibati ora salperanno e andranno in Giappone, in America, a Milano. Si parla di mille etichette di alto livello esportabili in tutto il mondo. Ecco, io guardo a queste cose. Poi se l’arte, l’architettura e tutto il testo seguisse questo esempio ritroveremo, non solo una Milano, ma un Paese nuovo».
Il consiglio per far rinascere Milano?
«È inutile raccontare alla gente di situazioni incresciose, di brutture, eccetera... perché la gente vuole sperare in cose belle. Io sogno le città fantastiche disegnate da Richard Mayers, penso a dei libri firmati da Fabien Maron e a tutte le cose belle che fanno parte del nostro patrimonio: il punto è che bisogna darle in mano alla gente che sappia cosa farne. Come dicono a Napoli: “Inutile dare in mano il sesso ai bambini in quanto non saprebbero cosa farne”».