«Questa Nazionale paga tutti i suoi limiti»

nostro inviato a Milanello

Ci sono modi più eccitanti per festeggiare 44 anni che ascoltare una relazione su Georgia-Ucraina, ma Roberto Donadoni ieri non aveva molta scelta. Liberati gli azzurri per un pomeriggio di svago (coprifuoco alle 23), il ct ha iniziato la marcia verso Kiev circondato dai suoi uomini di fiducia. Rivista, la notte di San Siro non ha svelato nulla che non si fosse già capito a caldo: Italia e Francia hanno avuto paura l’una dell’altra. Ma noi ne abbiamo avuta un po’ di più. Il perché, sta nelle parole di Donadoni. Che da buon bergamasco relativizza il tutto a sano pragmatismo: «Bisogna conoscere i propri meriti e i propri limiti, Gattuso ha ragione quando dice che non siamo il Brasile, non possiamo mica vincere sempre 3 o 4 a zero».
Certo che no, ma la stitica Italia di sabato sera rischia di non andare oltre Kiev se non per dovere di calendario. Il ct non è uomo da rimpianti («non me li posso permettere»), piuttosto preferisce puntualizzare un paio di cose: «Primo, non siamo andati in campo per non perdere. E, state tranquilli, se avesse potuto la Francia avrebbe vinto molto volentieri. Per Cannavaro ci è mancato il coraggio? Può darsi, ma servono gambe diverse per osare di più. La classifica del girone dice che la Francia è più forte, ma la differenza è frutto della condizione fisica attuale. E di quel pareggio di Napoli con la Lituania, mettete due punti in più e fate i conti...».
Vero, ma troppo facile. Donadoni si dà e si fa coraggio, ma prima di proiettarsi a Kiev affronta la pratica Del Piero. Il capitano bianconero è finito nel tritacarne, San Siro lo ha fischiato, la Francia lo ha scherzato. Stanno a zero i segni che Alex ha lasciato sulla partita: come una piuma quando cade per terra. «Ha cercato di dare il meglio e il massimo di quanto poteva». Involontariamente, la difesa di Donadoni toglie gli alibi a Del Piero. «Ogni volta da lui ci si aspetta mirabilie, ma le cose non vanno così. La sua partita mi ha soddisfatto, poi, sì, può anche avere sbagliato». Morale: quotazioni del bianconero in picchiata per Kiev. Ucraina, feroce crocevia di destini. «Sarà anche per pigrizia, ma non faccio calcoli. Le varianti sono troppe e il pari con la Francia non cambia nulla, resta tutto aperto».
Insomma, Donadoni prende tempo. Non gliene rimane poi tanto: l’ambiente federale ostenta tranquillità, ma conta le ore che mancano al novantesimo minuto di Kiev, oltre il giardino ci può essere anche il baratro. Per ora hanno cose più importanti, almeno a livello mediatico, cui pensare. Rimbombano ancora i fischi alla Marsigliese: oggi il presidente Abete invierà un messaggio di scuse ufficiali alla federcalcio francese (cui il ministro Melandri si è associata); ieri Gigi Riva, fedele al suo soprannome, ha tuonato come una volta. Già sabato sera aveva catalogato i fischi senza troppi giri di parole («uno stadio pieno di imbecilli»), ieri sotto il sole di Milanello ha pesato e soppesato le parole, ma l’effetto è stato ancora più dirompente: «Abbiamo perso di brutto sabato sera. Si può arrivare a contestare un giocatore, ad insultarlo per novanta minuti, ma l’inno no. Quei fischi sono peggio dei cori razzisti, in tanti anni di calcio non mi è mai capitata una cosa così brutta. Mi sono vergognato. E l’appello sentito a San Siro prima della partita, è stato controproducente». Ma come, non l’ha voluto proprio la federazione? «Sì, ma è stata una mossa sbagliata. Dentro uno stadio c’è gente talmente stupida da reagire all’opposto di come vorresti. Il mondiale vinto è stata la medicina per curare certi mali del calcio, ma se si ricomincia così... E non date la colpa a Domenech, le provocazioni sono il sale del calcio. Le ha inventate un certo Helenio Herrera». Se lo dice Riva, c’è da credergli.