Questa riforma elettorale ha fatto cilecca

In attesa del verdetto finale è utile riflettere non solo sugli indubbi meriti del «vincitore perdente» di questa prova ma anche sugli errori elettorali che il centrodestra ha commesso con conseguenze tutt'altro che secondarie. Berlusconi ha vinto la battaglia politica per avere saputo tenere insieme la metà degli italiani contro coloro che volevano «cacciarlo» dal governo e dalla politica, ma ha tecnicamente perso (almeno per ora) la disfida dei numeri a causa di una legge elettorale funesta non solo per la democrazia ma per lo stesso centrodestra.
Il merito storico del leader della Casa delle libertà è di avere coalizzato stabilmente per la prima volta nella Repubblica tutte le forze del centro e della destra creando la concreta possibilità di quell'alternanza democratica che, pur se zoppicante, ha funzionato per tre prove elettorali. Berlusconi, dunque, è stato l'ineguagliabile federatore dei moderati e dei liberali grazie soprattutto al meccanismo maggioritario che costringeva le forze politiche anche divergenti a stare insieme sulla base dell'interesse elettorale coincidente con l'interesse politico a conquistare la guida del Paese. Il meccanismo elettorale maggioritario è stato essenziale per il buon funzionamento della democrazia italiana, nonostante le delegittimazioni in atto.
Il cambiamento elettorale a favore di una proporzionale con il premio di maggioranza nazionale alla Camera e con gli assurdi premi di maggioranza regionali al Senato non solo ha espropriato i cittadini della scelta dei loro rappresentanti a causa delle liste prefabbricate, ma ha gettato le basi per il disfacimento delle stesse coalizioni contrapposte. Invece di rafforzare il bipolarismo, il meccanismo elettorale ha esasperato le spinte centrifughe soprattutto all'interno nelle coalizioni di volta in volta perdenti.
Non si deve ignorare l'avvilente spettacolo di queste elezioni generato dalla nuova legge. La vittoria tra le coalizioni (con 63 seggi alla Camera in più) è stata affidata ai piccoli gruppi sotto l'1% (una ventina nelle due coalizioni per un complessivo 1,6% a destra e un 2% a sinistra). I ricatti delle liste civetta sono fioriti da tutte le parti. La rappresentanza si è frammentata con una miriade di pseudo-partiti che hanno avuto eletti anche con lo 0,6% alla faccia degli sbarramenti. Le identità di partito sono state esaltate rispetto alle alleanze. I discorsi sui partiti unici, a destra come a sinistra, sono divenuti chiacchiere in presenza di meccanismi politico-elettorali disincentivanti. La politica ha ceduto il passo alle furbizie tecniche risoltesi in autentici boomerang. Alla fine il centrodestra, dopo la rimonta politica, ha conseguito un risultato opposto a quello che avrebbe ottenuto con il vecchio sistema.
Chi scrive aveva previsto da tempo su queste colonne il disastro che una tale legge avrebbe provocato soprattutto nella coalizione berlusconiana. Del resto non è la prima volta che i tecnici di Forza Italia fanno cilecca: già alle scorse elezioni avevano buttato via con l'arroganza dei capetti una dozzina di deputati. Se a ciò si aggiunge la illusoria sopravalutazione della mobilità del voto cosiddetto cattolico e la drastica sottovalutazione come elemento determinante per la vittoria del voto liberale e laico, il bilancio è facile.
Non varrebbe la pena di versare lacrime se non se ne dovessero constatare gli effetti anche oggi. Non vorrei che ad ostacolare le ragionevoli soluzioni del dialogo tra le due coalizioni politiche e le due parti del Paese che si fronteggiano, fosse proprio la lotta all'ultimo voto che fino a ieri si è scatenata per conquistare il premio di maggioranza. Non è mai troppo tardi per interrogarsi su quel che è bene per la democrazia.
m.teodori@mclink.it