«Questa squadra è il sogno di bambino che si è realizzato»

Al derby l’Inter ci guarderà dall’alto della classifica, noi dal tetto del mondo

Basta sventolargli un trofeo sotto al naso, e il fanciullone Silvio ritrova improvvisamente una gran voglia di ridere. Non c’è niente, nemmeno un accordone sulla riforma elettorale con Veltroni o le scolaresche incantate davanti alle sue piante rare che riesca a scatenarlo come un drappo rossonero piantato in vetta al mondo. Il fanciullone libera la sua felicità di presidente e di tifoso, di presidente-tifoso, nella sede istituzionale del trionfo sportivo: «Controcampo». Subito dopo il «treno» dei gol, Piccinini lo presenta solennemente alla platea, «per la prima volta in dieci anni di trasmissione». Ospiti tesi. La Canalis, presentata come interista d’acciaio, si arrende subito: «Stavolta ho tifato Milan...».
Il presidente gioca come piace a Sacchi: si fa trovare in tutte le zone del campo. Occupa gli spazi. La vittoria giapponese? «Ero sereno. Avevo sentito i miei al telefono, mi erano apparsi convinti e carichi. Sul campo ho poi visto il grande giuoco».
Il giuoco che più gli piace si pratica con un giocattolo fantastico, senza pile: Kakà. Il solo nome fa brillare gli occhi al presidente fanciullone: «Ha confermato di essere il migliore al mondo». Però attenzione: le feste natalizie porteranno un altro giocattolo divertentissimo. Un alto pupazzo prodigioso dal nomignolo ugualmente bamboloso: Pato. Il presidente già pregusta: «Ancelotti giura che se ripeterà in partita quello che fa in allenamento, avremo un nuovo Kakà. Mi hanno mandato una cassetta: ho provato simili emozioni solo davanti alla cassetta di Van Basten».
Poi via, con l’elenco delle belle gioie di famiglia. Inzaghi: «È un vizioso del gol. Non ha piedi sublimi, non salta l’uomo, ma è sempre al posto giusto. Intelligenza calcistica straordinaria». Maldini: «Un esempio per i compagni e per tutti gli sportivi. La dimostrazione che con la medicina di oggi e un giusto stile di vita, si sposta in là la soglia della vecchiaia. Io pure lo dimostro: all’età in cui una volta ci si sedeva sulle panchine, lavoro ancora dalle sette e mezza del mattino alle due di notte». Ronaldo: «Per lo stesso discorso, a 31 anni può dare ancora tanto. Certo, quei capelli: gli avevo chiesto di lasciarli crescere, ma non chiedevo questa selva. Forse sponsorizza uno shampoo per la crescita...».
È il ritorno del presidente burlone, lo stesso che tanti anni fa intratteneva i cronisti sportivi davanti al bancone di Milanello, sgomberando tensioni e sguardi malmostosi. Fa pure il tacchino con la Canalis, però tagliandosi subito fuori: «Io faccio tanto il galletto perché mia moglie è a New York e non vede la trasmissione...».
E subito dopo il presidente si libera del fanciullone e dice alcune cose molto serie e parecchio interessanti. Dopo aver raccontato ancora come prese Sacchi in un ristorante di Parma, scandalizzando il conformismo di quelli che per non sbagliare mai scelgono solo nomi e cose risaputi, svela qualche meccanismo elementare della sua macchina perfetta. «L’allenatore è l’uomo che trascina tutti gli altri. Deve godere della massima fiducia. Ed è il primo che dev’essere motivato. Certo, spesso mi accusano di interferire nel lavoro dei tecnici. Su questo, però, io penso siano loro a interferire nel mio lavoro di costruzione di un Milan invincibile». Ma il Milan, il Milan in sostanza che cos’è? «È una squadra che ha rotto con la tradizione del calcio italiano, sparagnino, costantemente in attesa del golletto. Dall’inizio, noi abbiamo voluto un Milan che vincesse meritatamente, più forte dell’invidia, della sfortuna e dell’ingiustizia». Quanto al calcio italiano che vince, dentro un’Italia che perde, l’idea è sin troppo chiara: «Il mondiale per nazionale, il mondiale per club, l’Inghilterra che chiede aiuto a Capello: nel mondo stiamo perdendo prestigio, ma nel calcio siamo i primi».
La settimana prossima tornano le cose di casa, il derby con l’Inter. È già in pressing: «Loro ci guarderanno dall’alto della classifica. Noi li guarderemo dall’alto del tetto del mondo».
Si chiude sul filo dei sentimenti. Il presidente torna bambino, stavolta per davvero, rileggendo una cosa che scrisse all’epoca del primo trionfo mondiale. Un omaggio di figlio al papà che gli trasmise per via genetica il virus rossonero. Ricordi di pranzi domenicali sulla tovaglia buona del salotto, in attesa di trasferirsi per mano a San Siro. Ricordi di tifo senza vincere nulla. Ricordi di una promessa reciproca: mai abbattersi, chi insiste vince, un giorno vedrai che vinceremo. È l’amarcord che tutte le famiglie del dopoguerra, di una certa Italia lontana e irripetibile, potrebbero scrivere. Non tutti abbiamo comprato la squadra del cuore, non tutti l’abbiamo trasformata nel club più grande della storia: ma tutti sappiamo che cosa il presidente fanciullone intenda, parlando al papà, rimpiangendo quelle domeniche. Forse, l’incantesimo di un sogno mondiale è davvero tutto qui.