Questa volta mi dimetto io

C’è qualcosa di sofistico negli argomenti di Paolo Granzotto. Il quale, pur essendo raffinato e sottile, non ha resistito a osservare la contraddizione tra il mio temperamento d’artista e il ricorso al più burocratico dei tribunali, il Tar, organo cui ricorre il tipico «impiegatuccio mezze maniche». La facile contrapposizione, che nasconde la lusinga per il riconoscimento al mio «piglio napoleonico», non è particolarmente originale.
Io non sono, come gli pare facile liquidarmi, un «geniale gianburrasca» ma un assessore che ha lavorato come nessuno, e come neppure la Moratti per la città di Milano. E non intendo che il mio impegno venga liquidato né coi facili riferimenti al mio sostegno al mondo gay o ai graffitisti, né per avere insultato come meritava Travaglio nella trasmissione di Santoro. Sono le motivazioni, insufficienti per il Tar, con cui la Moratti ha interrotto la mia attività di assessore a Milano che era stata straordinaria per impegno personale e per risultati.
Per restare all’ambito delle mostre (ma fui io, per esempio, a inventare il MiTo musicale e a riaprire il teatro Parenti) si sono triplicati gli incassi, quadruplicate le esibizioni (fino a occupare lo spazio, sempre deserto, della stagione estiva con 15 mostre), portati i visitatori da 400mila a un milione all’anno per le attività espositive. Non voglio entrare nel merito, da Boccioni a Balla, a Tamara de Lempicka, a Bacon, a Canova, a Botero, a Ligabue, a Ferroni, a Guccione, a Serrano, a Lachapelle, a Witkin, a Saudec, a Spender, a Leonardo, al Movimento di Corrente, a Schnabel, a Robert Indiana, a von Gloeden, a Weegee, a Vivienne Westwood e numerosissime altre. Nessuna città italiana ha espresso in due anni un «volume» di mostre così formidabile. E la mia programmazione è stata confermata dal mio sostituto assessore Moratti fino al 2010: Seurat, Signac, Magritte, Max Ernst, il futurismo ecc.
E la stessa Moratti aveva messo nel conto le provocazioni (anche quella più scottante sui gay: ma come considerarla tale nella città di Luchino Visconti, Giovanni Testori, Luca Ronconi, Gianni Versace, Giorgio Armani, Gianfranco Ferrè, Dolce & Gabbana, che dell’omosessualità hanno fatto cultura e costume?). E allora basta. La Moratti mi ha allontanato perché non sopportava che un altro avesse forza e immagine, anche di portare, come lei, che ha fatto solo quello, voti all’Expo. E una volta finita questa impresa internazionale ha voluto su di sé le luci della ribalta attraverso la cultura. Che la mia linea fosse condivisa integralmente non è evidente soltanto nella conferma del programma che non ha però la guida e l’anima per realizzarlo convenientemente, ma anche nel comitato di consulenti, che sono le stesse persone che hanno, con piena soddisfazione, lavorato con me, da Massimo Vitta Zelman a Peregalli, Borioli, Shammah, Micheli, Rampello, Finazzer Flory con ognuno dei quali io ho realizzato importanti iniziative. Resta dunque misteriosa, non sul piano psicologico ma su quello sostanziale, la ragione vera del mio allontanamento seguito da una strana (e ipocrita) lettera del sindaco di conferma della stima e di richiesta di partecipare a tutte le inaugurazioni delle mostre e alla titolazione delle strade. E su questo punto stupirò Granzotto ricordandogli che l’unico rimpianto per il ruolo di assessore è di avere perso quello, conseguente, di presidente della Commissione per la toponomastica. A parte la polemica per la titolazione, su richiesta del sindaco, di strade o giardini a Camilla Cederna e Oriana Fallaci a me si devono quelle a Valentino Bompiani, Giovanni Testori, Giorgio Strehler, Ernesto Calindri, Carmelo Bene, Bobi Bazlen (con assoluta felicità di Roberto Calasso), Gino de Dominicis, Achille Campanile, Walter Chiari, papa Wojtyla (impresa non riuscita a Veltroni), Renata Tebaldi e, per dispetto a Patrizia Valduga, che trovava inadatta la strada, non a Giovanni Raboni ma a Wanda Osiris, soddisfazione suprema che non perdonerò mai alla Moratti di avermi tolto.
E proprio all’opposto di una sceneggiata, per l’immagine di Milano, oggi tornata in pieno letargo culturale, rivendico la mia attività di assessore svolta con assoluta dedizione alla città anche per difenderla da orrori come il parcheggio a Sant’Ambrogio, l’abbattimento del garage di via Podgora, la minacciata distruzione del teatro Lirico, la distruzione dello stabilimento dell’Alfa Romeo in favore di una rotatoria, gli orrori dei grattacieli City Life che hanno visto per la prima volta concordi nell’esecrazione Umberto Eco e Silvio Berlusconi. E mentre non ho visto barricate in mia difesa, neanche da parte del Giornale quando sono stato cacciato, oggi Granzotto mi rimprovera il ricorso, un po’ pitocco, al Tar. Ma come ogni artista ha un avvocato così io - che per dire la verità sono il primatista delle querele - ho un avvocato bravissimo che in silenzio agisce, forse all’opposto di quello che io farei, vincendo tutte le cause in tribunale, dove io non metto piede. Mister Hyde (io) e il dottor Jekyll (l’avvocato Cicconi), il quale per consolazione di Granzotto ha osservato l’ingiustizia formale del provvedimento del sindaco e ha fatto ricorso per il puro piacere di richiamare gli amministratori virtuosi ai loro doveri, non solo sostanziali ma anche formali, e lui ha vinto. Se Granzotto avesse avuto pazienza avrebbe visto il seguito: le mie dimissioni spontanee, a testa alta, e non per capriccio di una padrona. Così è stato ieri. E non perché io non avrei desiderato tornare a Milano ma perché, senza bisogno di sfide, non avrei potuto farlo perché i ruoli di sindaco e assessore in due Comuni diversi sono incompatibili. Il sindaco e i suoi potevano dunque stare tranquilli senza immaginare nuovi provvedimenti di revoca. In tal modo nella prima rottura come in questa, oggi finalmente scelta da me, hanno dimostrato di essere cattivi amministratori. Mai il Tar fu più sgarbiano. Queste riflessioni mi sarei aspettato da Granzotto.
Vittorio Sgarbi