Questi scrittori hanno trent’anni ma sembrano vecchi militanti

La dead line era per ieri alle 17. «Stiamo cercando di farlo firmare a più persone possibili» ci ha detto Christian Raimo quando l’abbiamo raggiunto per avere ragguagli, dopo l’ultima «plenaria» di domenica scorsa, sul manifesto programmatico della generazione TQ (quella dei lavoratori culturali trenta-quarantenni). Alla fine, verso l’ora dell’aperitivo, avevano firmato una cinquantina. L’esatto numero e i nomi si sapranno oggi, quando il manifesto - lungo una dozzina di cartelle - verrà finalmente pubblicato dopo una lunga gestazione iniziata il 29 aprile. Secondo indiscrezioni, la politicizzazione dei TQ è a livelli piuttosto alti. Il Corriere di ieri parlava di posizioni «ostili al neoliberismo, epidemia dell’Occidente», di attacchi al «berlusconismo» e al «grottesco nazismo padano» (emendato in «ignobile razzismo») dei leghisti, di una «generazione antiliberista». «Il Corriere - ci spiega Raimo - ha tirato fuori un articolo saccheggiando bozze di molto tempo fa». Manifesto che, dopo diecimila mail di discussione tra i diretti interessati (i vertici di Minimunfax, Nicola Lagioia, Giorgio Vasta, Andrea Cortellessa e altri), sembra aver cambiato parole (per esempio sarebbe sparita «decrescita», «pur essendo stato conservato il concetto» ci spiega Vincenzo Ostuni) ma non sostanza. Siamo, cioè, nei dintorni dell’antipolitica alla Beppe Grillo con venature marxiste.
«Noi lavoratori della cultura - ci dice Raimo - dobbiamo tornare a occuparci di politica. Possiamo farlo attraverso battaglie sulla legge per lo sconto sui libri, sulla débâcle della vera saggistica nel nostro Paese, la legittimità dell’Ordine dei Giornalisti, la falsa concorrenza tra quotidiani, l’ansiogena ricerca degli editori di una novità qualunque, i contratti penosi che vincolano i precari della cultura al conformismo intellettuale, o quasi, richiesto dai datori di lavoro. Servono più leggi antitrust. Se l’industria culturale funzionasse meglio, potremmo delegare tali battaglie ad altri e tornare a parlare di cultura, ma oggi non è possibile. La situazione è di emergenza. Colpa anche nostra che non l’abbiamo capito negli ultimi anni. Il manifesto è una sintesi di posizioni diverse, ma in tutti i casi abbiamo cercato di fare un compromesso al rialzo». Tuttavia, non si capisce se il «rialzo» dei TQ si riferisca alle posizioni di potere o alla nobiltà dello spirito, se la rivoluzione sia sindacale o culturale. Comunque sarebbe meglio che i TQ non parlassero troppo di «serena decrescita editoriale». Potrebbero perdere il posto.