Questi sono i veri nemici del federalismo

Le maggiori nemiche del federalismo sono le regioni, almeno alcune. I migliori propagandisti del vecchio centralismo, pur carico di difetti, sono quei politici locali che hanno reso indigesto e in più d’un caso odioso il principio sacrosanto d’un decentramento del potere. Il cambiamento è per molti già diventato, e presto potrebbe esserlo per tutti, sinonimo di peggioramento. Se tante regioni a statuto ordinario, gratificate d’un più largo ambito di spesa da una cattiva riformetta del centrosinistra, ne approfittarono immediatamente per accrescere le indennità ai consiglieri anziché per creare nuovi asili, se i parlamentari nazionali - dopo che è stata affermata l’inutilità delle province - fanno a gara per istituirne di nuove, se lo Stato è disposto ad ingrassare le Regioni con ulteriori competenze ma di suo non vuole dimagrire neppure un po’, se gli enti sperperatori individuano lo scialo sempre altrove, ma per quanto li riguarda si chiudono a riccio, il leggendario e fulgido «federalismo» davanti al quale si prosterna la Lega diventa un idolo infranto. E ad infrangerlo saranno stati anche i suoi più vocianti sacerdoti e apostoli.

Qualche giorno fa mi è capitato d’esprimere dubbi sul federalismo fiscale - in sé un criterio d’assoluto buonsenso - non per una valutazione tecnica, ma perché sotto il mantello nobile del federalismo sono stati perpetrati i peggiori misfatti. Non abbiamo bisogno di formule astratte - la politica e la burocrazia sono maestre nel propinarle - abbiamo bisogno di concreti esempi virtuosi. Non ho dubbi sul fatto che la Lombardia sia capace d’amministrarsi bene. Ne ho invece tantissimi sul fatto che ad una accresciuta responsabilizzazione fiscale ed economica della Lombardia o del Veneto corrispondano una equivalente responsabilizzazione di Regioni dissipatrici nonché una accresciuta responsabilizzazione - da intendersi come snellimento - di quella balena arenata che è l’amministrazione italiana.

Non voglio affastellare troppi temi al margine di questa inchiesta. Ma una vera riforma federalista dello Stato dovrebbe comportare a mio avviso l’abolizione delle regioni a statuto speciale: con lo scandalo d’una Sicilia che per gestirsi malissimo impiega, se ben ricordo, un personale sei volte più numeroso di quello lombardo. Le aree povere hanno diritto all’aiuto, ma devono anche meritarselo eliminando incrostazioni parassitarie intollerabili. Credo che le consulenze esterne siano deprecabili anche là dove i dipendenti sono in numero ragionevole. Nelle regioni del parassitario affollamento impiegatizio le consulenze sono uno scandalo. Chi le approva paghi di tasca sua, non prendendo i soldi dalle tasche dei contribuenti.