LA QUESTIONE AMORALE

Imperversa il dibattito su etica e politica. È stato infiammato dalla lunga telenovela di Bankitalia, conclusasi felicemente con Draghi; dalle scalate e dagli intrecci perversi tra cooperative rosse e banche d'assalto finiti tutti con le manette; e dalla ostinata resistenza dell'establishment economico-mediatico-politico che ha avuto la meglio sugli assalitori. Ma che cos'è, al fondo, questo tarlo che periodicamente morde la vita pubblica e inquina gli equilibri politici ed economici?
Se qualcuno pensa di cavarsela rispondendo con la «questione morale», fa solo della malafede. Dietro questa formula così logora amano nascondersi interessi politici poco chiari, falsi moralismi, e volontà sovvertitrici dei rapporti istituzionali tra i poteri dello Stato. Il vero vizio italiano non è neppure, di per sé, la commistione tra economia e politica, cioè tra affari privati e decisioni pubbliche, cosa da sempre praticata in qualsiasi parte del mondo specialmente nelle democrazie occidentali, bensì l'opacità e la clandestinità con cui sono gestiti questi rapporti.
L'opinione pubblica italiana e le classi dirigenti rifiutano di entrare nell'ordine di idee che rende legittimo e sano il rapporto tra denaro e politica, cioè tra economia e affari pubblici nella tradizione della rivoluzione capitalista, laica e liberale che ha connotato le società occidentali rendendole diverse da quelle pre-moderne, sottosviluppate e populiste.
La lunga egemonia della sinistra di matrice comunista, coadiuvata per tanti versi dal pensiero cattolico integralista, ha inoculato una mentalità anticapitalista in tutti i gangli del sistema nazionale. Si considera sbagliato e poco commendevole che gli interessi costituiti sostengano liberamente e apertamente la politica. E si diffida delle regole trasparenti volte a rendere legittime e onorevoli quelle operazioni finanziarie a favore della politica che oggi sono fonte di inquinamento, di corruzione e di pubblico disonore.
Questa situazione paradossale è all'origine di quel collateralismo delle coop rosse verso i partiti comunisti e post-comunisti che in maniera opaca è sempre esistito in una forma o nell'altra. Questa è la radice dello strapotere della magistratura più aggressiva a cui fa comodo utilizzare i buchi neri della politica per espandere la sua influenza. Questa è la colpa - grave - della sinistra giustizialista che, innalzando la bandiera della diversità, si nasconde dietro la sua abilità per meglio procedere a finanziamenti illegali. Questo è quel che legittima la furbizia dei cosiddetti «poteri forti» che si avvalgono delle altrui vulnerabilità per occultare le proprie debolezze. Questo dà vita all'equivoco ricorrente delle leggi di moralizzazione che aprono la strada allo Stato etico. E questo è ciò che confonde la moralità privata con l'etica pubblica
Ma il ritardo italiano in fatto di finanziamento della politica (ben covato dalla chioccia statalista) e di regolamentazione delle lobby è anche il risultato della carenza, culturale e politica, del centrodestra che non ha il coraggio di affermare i suoi principi guardando all'etica protestante del capitalismo e proponendo regole chiare, procedure trasparenti e limiti ragionevoli a cui devono conformarsi senza complessi i rapporti tra politica e affari.
Ed è così che si va sempre a finire nella diatriba sulla questione morale, utilizzata come arma impropria, ora dagli uni ed ora dagli altri, decretando però, tutte le volte, la sconfitta della civiltà liberale.
m.teodori@agora.it