UNA QUESTIONE DI CULTURA

C’è gente, tanta gente, che nel centrodestra, appena sente parlare di cultura, mette la mano alla fondina. Tanti che pensano sia una parolaccia. Tanti che non se ne occupano, pensando che tanto è roba loro. Tanti che apprezzano o stroncano uno spettacolo sulla base delle idee politiche dell’attore che lo mette in scena. E, visto che la maggior parte degli artisti sono di sinistra, allora lo stroncano. Ecco, contro questa roba occorre reagire. E la reazione migliore è quella indicata da Silvio Berlusconi: la creazione di un’università del pensiero liberale, che produca una cultura alternativa, è sicuramente una grande intuizione. Addirittura più importante che vincere le elezioni. Perchè le elezioni si possono vincere, ma senza cultura non si governa. Senza preparazione giuridica, senza preparazione letteraria, senza preparazione educativa, senza preparazione tout court. E, troppo spesso, i rappresentanti del centrodestra sono in queste condizioni. Non che quelli del centrosinistra stiano meglio, intendiamoci. Ma, tanto per fare un nome, uno come Stefano Zara ogni tanto a teatro lo incontro. E, soprattutto, non lo incontro agli spettacoli dove si fa passerella, dove le signore sfoggiano la pettinatura nuova e dove i signori si mettono lo smoking.
Insomma, la via maestra è farsi una cultura. Ma anche il viottolo che passa dal riconoscimento delle altre culture, senza puzze sotto il naso, soprattutto senza la puzza sotto il naso che loro hanno nei confronti di noi moderati, è una buona strada. Così ci piacerebbe che, anche nel centrodestra, ci fosse qualcuno che riconoscesse che, nel mondo della cultura, si sta muovendo qualcosa.
Nei prossimi mesi, assisteremo a una messe di eventi in grado di oscurare Genova 2004, quella con il bollino rosso dei soldi di Stato. L’attività dell’assessore alla Cultura Luca Borzani - seppure molto spesso unidirezionale e un po’ snob, troppo politically correct per convincerci davvero - è comunque meritevole di riconoscimento, soprattutto se si considera che, per lo meno, c’è un assessore alla Cultura che i famosi tre libri li ha letti. Così come - facendo comunque la tara di molti spettacoli inguardabili - va dato atto ai teatri genovesi, dalla Tosse, allo Stabile, passando per il Politeama, di aver presentato cartelloni che spesso hanno ottime proposte. A mio giudizio, che come ogni giudizio si basa sui gusti personali, il migliore è l’Archivolto. Certo, la stragrande maggioranza degli artisti che ospita è di sinistra. Certo, sono amici di Claudio Burlando. Certo, tutto. Ma, quando vado a teatro, non sono abituato a mettere un’urna per l’exit poll sotto il palco. Giudico, volta per volta, solo gli spettacoli. Così come giudico in modo estremamente positivo il sostegno dato ai concerti e alla musica dall’assessorato alla Cultura della Provincia di Genova e direttamente dal suo presidente Alessandro Repetto. E, ancor più, il fatto che il teatro Carlo Felice, uscito con Gennaro Di Benedetto dalle secche delle scorse gestioni, con sovrintendenti che sembravano inebriarsi con i numeri drammatici del botteghino, dovuti a scelte elitarie e terribili, abbia deciso di aprire le porte alla musica leggera. Proprio come avevamo auspicato più volte da queste colonne. Non episodicamente, ma con una stagione vera e propria, studiata insieme a Vincenzo Spera, che quest’anno è addirittura migliore della stagione del teatro dell’Opera. Sempre giudizio personale, ovvio.
Insomma, non guardiamo al colore della maglietta di chi fa cultura. Guardiamo a come è fatta questa cultura, se è buona, oppure no. Almeno, il Giornale, questo Giornale, ragiona così. Loro non lo fanno? Un motivo in più per essere diversi da loro.
Credetemi, è una questione di cultura.