La questione giustizia è l’ego dei giudici

In riferimento alla scarcerazione dei noti mafiosi per il decorrere dei termini a causa dell’inefficienza dei giudici nel presentare le motivazioni della condanna, volevo chiederle, nella mia ignoranza: ma non basta per la condanna quanto esposto nel dispositivo di sentenza? Che bisogno c’è di cento o duecento pagine di spiegazioni?


Bravo lei, caro Salviati. A parte che c’è scritto nella Costituzione («Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati»), dove me lo mette il diritto del magistrato all’autocompiacimento? È nelle motivazioni che un giudice fa sfoggio di scienza, cultura, estro, sagacia e padronanza degli argomenti. Senza andar a pescare nel grosso, le riporterò ora il preambolo della motivazione in una causa per danni richiesti dal proprietario di un cane mal curato dal veterinario. L’ho cavata da «In nome del popolo italiano», esilarante antologia dello schiocchezzaio giudiziario a firma dell’avvocato Silverio Marchetti. Gliela riporto così com’è, parola per parola, punteggiatura per punteggiatura: «In tutta questa vicenda, il diretto e principale interlocutore, il cane, non potuto ascoltare. Eppure, quest’animale riesce tanto bene a comunicare con gli uomini, che riesce talora a sopperirlo in situazioni talora drammatiche, in guisa da poter dire che riesce ad esprimersi sia pure senza la favella. Ci sovviene di trasmissione televisiva, in ordine ai prodigi di un cane, che riusciva a favellare, anche se in maniera particolare, dando le concrete risposte al suo domatore, con la voce e non con l’abbaiare. Chissà che risposta avrebbe dato, chissà quali sarebbero state le sue querele, quali i suoi interrogativi, di certo avrebbe domandato il perché del tutto quanto accadutogli, la ragione giustificativa, e se lo avesse ritenuto probante e comunque di gratificazione, la stessa sofferenza cui, non sua sponte, sopportata; di certo il suo processo, indirizzato a Noi tutti, alla società, al costume. Nessuno essersi potuto sottrarre, ed a tutti domandare ragione, se e come passibile di riscontro, di un maltrattamento».
Il bello è che al termine di questo pistolotto, dopo il quale verrà finalmente al «thema decidendum» (senza però rinunciare al suo bello stile: «trattandosi di animale portato di per sé a scrollare la testa, sia pure infastidita dal gironzolare di una mosca o di una pulce, sempre possibile lato terra»), il magistrato ammette che: «È questa una considerazione, di fondo, non interessante il processo, e lasciata a proemio superfluo dell’assunto». Però, intanto, l’ha messa nero su bianco. A futura memoria.